Comanda sull’intero pianeta, fa affari in Russia e in Australia, investe in Sudafrica, costruisce in Francia e in Scozia, traffica droga con i cartelli colombiani. Da anni, ormai, ha superato in forza, autorevolezza, ricchezza Cosa nostra. In politica non punta a Roma ma alla periferia, comune dopo comune, regione dopo regione, dove i soldi sono reali, gli appalti anche, i ricavi pure. E’ la ‘ndrangheta. Parola difficile da pronunciare, dura nel suono, arcaica nel senso. Criminale a 360 gradi. Capace di mutare e adattarsi, seguendo tempi e abitudini. Dalla Lombardia al Canada. E ben oltre. Mafia internazionale certo. Eppure senza il legame con la terra d’origine, padroni e padrini dei clan potrebbero ben poco. Dice bene, infatti, Antonino Belnome, boss lombardo, catturato nel 2010 e poi buttatosi pentito. “Il nord – spiega il giovane principe della locale di Seregno – senza la Calabria non conta niente”. Questo il senso che riporta business, interessi e lobby tutti lì, nel cuore calabro della ‘ndrangheta: l’Aspromonte. Perché per capire bisogna conoscere la Calabria e i suoi signori. Questo fa il giornalista milanese del Corriere della Sera Andrea Galli nel suo ultimo libro che fin dal titolo rende chiaro lo scopo. Il Patriarca (trecento pagine da leggere tutte di un fiato) racconta la vita di uno dei più importanti signori oscuri della Calabria. Antonio Pelle, classe ’32 da San Luca. Un boss, senza dubbio. Ma anche di più. “Uno – dice il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri – che potremmo paragonare a una sorta di presidente della Repubblica delle cosche”.

Il Patriarca però non è un libro inchiesta. Non vi è qui, solo, il racconto per carte giudiziarie che, già di per sé, varrebbe a disegnare la figura di uno dei boss più importanti della mafia calabrese. Si perché Pelle ha vissuto per anni ai piani alti del crimine. Buon amico di Giuseppe Morabito, alias u Tiradrittu, signore di Africo e di mezza Milano. Capo criminale, ma anche carisma diplomatico per dirimire faide e sangue come fu nel 2007 dopo la strage di Duisburg. Contadino nell’animo si sapeva muovere tranquillamente tra le istituzioni e i salotti buoni della Milano anni Ottanta, quando uno sbirro tenace come Carmine Gallo lo fotografò al tavolino con Antonio Papalia, capo crimine del Nord fino a metà degli anni Novanta.

Eppure questa è cronaca. Che serve ma non basta. Ed è qui che il libro di Galli regala inaspettati passi in avanti nella comprensione, quasi fenomenologica, della ‘ndrangheta. E lo fa scendendo in Calabria una, due, sette volte. Scarpe, taccuino, penna e qualche buon contatto. A Reggio ascolta le storie di Nicola Gratteri, che ben conosce le dinamiche internazionali della cosca Pelle. Da qui arriva nella Locride, oltre Melito Porto Salvo, Bova Marina, Africo. E poi sale verso l’Aspromonte, oltre le terribili fiumare, tra le case vecchie dell’antico borgo di San Luca, dove ‘Ntoni Gambazza nacque nel 1932, al numero 28 di via Fiore.

Il libro così s’immerge nei paesaggi meravigliosi che circondano San Luca e Platì, allungandosi in alto verso il Piano dello Zillastro, luogo di sequestri di persona, ma anche luogo di stupefacente bellezza. E poi c’è lo straordinario lavoro d’archivio attraverso il quale l’autore affonda le mani in faldoni vecchi di cent’anni per ricostruire, decifrare, capire uno dei personaggi più enigmatici della ‘ndrangheta. Nel cui fascicolo riservato si legge: “Soggiorni in albergo: negativo. Controlli in frontiera: negativo. Autoveicoli: negativo. Armi denunciate: negativo. Utenze telefoniche: negativo”. Un vero e proprio fantasma. Che come tale ha vissuto, fino alla sua cattura definitiva nel 2009. In quel momento, da latitante, Gambazza si stava curando un’ernia all’ospedale di Polistena. Morirà a 77 anni il 4 novembre 2009 all’ospedale di Locri.