I danni prodotti dall’assalto dei terroristi alla redazione di Charlie Hebdo e al supermercato kocher di Parigi sono tanti e terribili. Prima di tutto la morte di molte persone, poi la mutilazione di un gruppo di lavoro giornalistico di grande prestigio, e ancora lo stravolgimento della vita cittadina di una metropoli, per non parlare delle ricadute politiche con i possibili sviluppi di sentimenti razzisti e il rafforzamento degli schieramenti politici di destra pronti a sfruttare a loro vantaggio l’accaduto. Ma tra i danni collaterali ce n’è un altro, certo meno grave e meno tragico – anzi per certi versi un po’ comico – che riguarda il nostro Paese: la ripresa in grande stile del talk politico sulle reti generaliste in prima serata.

Vespa - Porta a porta

Qualcuno nei giorni scorsi aveva stigmatizzato il fatto che le grandi reti televisive non avessero modificato i loro palinsesti mercoledì sera lasciando cadere i fatti parigini nel vuoto. Ma visto cosa è successo nelle serate seguenti forse non era il caso di lamentarsi, quel vuoto era meglio di ciò che è andato a riempirlo nelle serate successive. L’Agorà di giovedì sera su Rai 3, il Porta a porta di venerdì ma, se permettete, anche il Servizio pubblico di Santoro hanno riportato a galla  questo genere, dato per bollito dall’inizio della stagione televisiva, e tutte le sue peggiori abitudini. Contrapposizione tra due  schieramenti, proliferazione dei personaggi in scena con conseguente confusione, sovrapposizione di voci, presenzialismi e protagonismi di politici, giornalisti, direttori ed esperti di non si sa bene cosa.

Molti hanno sottolineato lo strano caso dell’ubiquità di Salvini, ma ci sono state presenze e situazioni anche più inquietanti: gli scatti isterici di Ferrara, il ritorno dell’onorevole La Russa, gli esperti di armi da fuoco ospiti di Vespa e poi questi strane figure degli esperti di strategie militari che restano in sonno per intere stagioni e poi, nelle grandi occasioni, ricompaiono freschi come rose sui teleschermi a spiegarci per filo e per segno quello che in tutta evidenza nessuno (neanche loro) può sapere.

Improvvisamente in quelle serate di giovedì e venerdì, mi è sembrato che andasse in onda una replica di cose che avevo già visto, dei talk che avevano accompagnato (“approfondito”,  direbbero i loro conduttori) l’inizio della guerra in Afghanistan e poi l’intervento militare in Iraq: stesse discussioni, stessi ragionamenti (si fa per dire), stessi protagonisti, lo stesso teatrino. Se, come qualcuno dice, l’affermazione del fondamentalismo islamico rappresenterebbe per la nostra società un salto all’indietro di vari secoli, ecco, qualche successo in questa direzione l’ha già ottenuto: un ritorno del panorama televisivo italiano a vent’anni fa. Ma la responsabilità, in questo caso, non è solo dei terroristi.