Stiamo vivendo in tempi davvero strani. Grazie alla rete il mondo è diventato davvero piccolo piccolo, e possiamo sapere in tempo reale quel che succede ovunque, bypassando i canali tradizionali. Nel bene e nel male. Muore qualcuno e lo sappiamo da Twitter, da Facebook o, come nel caso recente di Pino Daniele, da Instagram, subito (a volte addirittura lo sappiamo prima che succeda, nel caso delle bufale). Con buona pace delle agenzie di stampa, dormienti. Poi, ovvio, la rete dà modo a chiunque di dire la propria, e sempre nel caso della morte di un cantante famoso, di colpo, tutti diventano fan dell’artista scomparso, lo piangono, postano frasi di canzoni, video di canzoni, foto. C’è pure qualche coglione che pensa di fare satira scherzandoci sopra, confondendo il cattivo gusto con la satira, appunto.

Questo può essere confuso per conformismo, o semplicemente per una sorta di autosuggestione di massa. Del resto, la recente tragedia del Charlie Hebdo ha trasformato anche i più strenui difensori del presepe in difensori estremi della libertà di stampa, di che ci vogliamo meravigliare? Siamo tutti Charlie Hebdo. Davvero.

Muore Pino Daniele e davvero diventiamo tutti fan di Pino Daniele, come se non avessimo fatto altro che ascoltare la sua musica, fino al momento in cui la notizia non ci è giunta, a Pino Daniele ormai morto. Le cose però stanno diversamente, e sarebbe forse il caso di farci su un veloce ragionamento.

Tempo fa, per questioni relative al mio lavoro, ero presso il distributore dell’ultimo cd di Pino Daniele, appunto, e proprio per farmi capire come stavano procedendo le cose sul mercato, un tizio che lavora lì mi diceva che la sua ultima fatica, e mai la parola fatica credo sia stata spesa con dovizia, era stata stampata in circa milleduecento cd. Milleduecento cd. Circa un centesimo di quanti, a spanne, sono andati a fare il flash mob in Piazza del Plebiscito, quello commovente con tutti a cantare Napul’è, illuminati dagli smartphone. Solo a vedere quanti hanno postato ricordi o canzoni di Daniele tra i cinquemila contatti che ho su Facebook, direi che le milleduecento copie non dovrebbero essere state sufficienti nemmeno a a loro. Uno potrebbe dire, va be’, ma ci sono le copie digitali. Ok, questa me la segno per i giorni tristi, perché fa abbastanza ridere. Milleduecento copie non credo neanche siano state esaurite, figuriamoci se i milioni di fan in lacrime se lo sono comprate sui canali digitali.

Il discorso lo si potrebbe serenamente fare per Joe Cocker, anche se lì il dispiego di lacrime e fazzoletti è stato minore, e sicuramente su Mango. Altro caso di artista abbandonato dalle major, diciamo le cose in maniera chiara, e salvo, artisticamente solo in virtù dello zoccolo duro dei suoi fan, che hanno provveduto col loro amore a permettergli di continuare a pubblicare (per fan intendo quelli che compravano i suoi dischi e lo andavano a vedere dal vivo, non quelli che dopo che è morto hanno pubblicato Lei verrà su Facebook). Poi, da morto, ovviamente tornato sotto l’attenzione, con tutti a dire quanto era bravo, caro, importante per il nostro patrimonio musicale.

Uno potrebbe dire, ma gli ultimi lavori erano meno belli. Vero. Ma compito dei discografici è anche consigliare e accompagnare gli artisti, mica solo incassare qualora facciano qualcosa di valido commercialmente.
A questo punto già mi immagino qualcuno di voi, quelli sempre pronti a sputare veleno, pronto a scendere sui commenti per dire: e voi della critica? Voi siete i primi a abbandonare gli artisti. Ora, a parte il confondere clamorosamente il peso che la critica ha rispetto al giornalismo musicale, perché quelli che vengono molto letti, in genere, sono i giornalisti musicali, gli stessi che poi siedono compiaciuti sugli scranni delle giurie dei Talent, inginocchiati di fronte a Maria De Filippi, tanto per dire.

A parte questo, va detto che l’influenza dei critici, e dei giornalisti musicali, sul mercato è pari a zero. Si faccia avanti ora, o taccia per sempre, anche uno solo che si è comprato un cd perché ha letto un articolo di un giornalista musicale. Anche i giornalisti musicali, è ovvio, hanno le loro responsabilità, hanno lasciato Mango al suo destino, dediti a raccontarci quanto siano talentuosi i vari Michele Bravi o Debora Iurato, o a farsi selfie da mettere su Twitter dalle arene dei megaconcerti, ma non è certo imputabile a chi scrive sui giornali il destino degli artisti, semmai è vero il contrario, il destino di certe penne è legato a chi muove la macchina, mi si vede compiaciuto in tv ergo sum.

Uno dei rari esempi di giornalista musicale che non volta le spalle è Paolo Giordano, tanto per non fare quello che critica acriticamente, uno che ci crede davvero e che si spende. Tutto questo per dire cosa? Semplice. Invece di star lì a piangere l’artista appena morto, proviamo a fare lo sforzo, provate a fare lo sforzo, di sostenerlo in vita. Avete amato Nero a metà, è vero, ma se non siete uno dei possessori delle milleduecento copie di La grande madre, forse sarebbe il caso di essere un po’ più dignitosamente defilati. Se invece siete discografici o quei simpatici figuri che decidono i passaggi radiofonici dei brani (in alcuni casi le due figure coincidono), beh, è proprio il caso che stiate zitti, perché le porte sbattute in faccia ai vari Mango e Daniele sono sulla vostra coscienza.

Anni fa, quando con Ambra portammo a MTV artisti come la Pfm, Branduardi, Fortis, Nada, addirittura Drupi, per farli duettare con artisti giovani e in voga, in molti storsero il naso, perché erano vecchi, coi capelli bianchi, incapaci di capire che la buona musica non ha età e che l’esperienza si passa per osmosi, per contatto, non per telepatia.

Mettersi ora a fare l’elenco di chi al momento giace in quella sorta di limbo discografico fatto di autoproduzioni, di concerti in piazze di provincia, di pochi o nulli passaggi radiofonici, sarebbe davvero inopportuno. Non sono scaramantico, ma magari loro sì, e lungi da me indicare il prossimo artista che potremmo ritrovarci a piangere e postare. Pensateci la prossima volta che guardate un talent o che vi autoconvincete che la musica che passa nella nostra radio sia la sola musica possibile.

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