Lascia sgomenti la decisione di alcuni giornali, come il New York Times e il Washington Post, di non pubblicare le vignette incriminate, così come la scelta della Associated Press di tagliare addirittura la copertina del giornale tenuta in mano da Charbonnier nella foto circolata in queste ore. Lascia sgomenti per due motivi: il primo, è che i direttori di queste testate sembrano confondere il dovere di cronaca con una scelta editoriale generale, quella di non pubblicare vignette ironiche contro l’Islam durante gli altri giorni dell’anno.

charlie-hebdo-coveroIn queste ore quelle immagini vanno mostrate perché fanno parte integrante della notizia, sono addirittura, a detta degli attentatori, il movente della strage: non pubblicarle costituirebbe un’offesa a chi è stato ucciso oltre che agli stessi lettori che hanno diritto di sapere. Le roboanti spiegazioni sulla scelta di comportarsi diversamente sono dunque inutili in questo momento, visto che si trattava soprattutto di rispondere a un dovere di cronaca.

Fa inoltre tristezza pensare alle schizofrenie dell’odierna informazione: proprio mentre ci si interroga sulla moralità del pubblicare o meno le vignette – stiamo parlando di vignette – che hanno destato l’ira dei fondamentalisti, nessun sito o quotidiano si è tirato indietro nel mandare in onda il video del poliziotto freddato, senza alcun rispetto verso l’agente ucciso e soprattutto i suoi familiari e i suoi figli, costretti a vedere in diretta l’agonia di un uomo a loro caro. Su questo, come sulla pubblicazione di altre immagini indecenti o sconvolgenti ogni giorno e ogni ora, nessun pudore, nessun dubbio.

Sarebbe stato molto più onesto dire: preferiamo non pubblicarle per proteggerci e proteggere la redazione. Preferiamo non pubblicare perché abbiamo realmente paura. Più comprensibile in queste ore di shock. Anche se rispondere con la paura alla violenza non fa altro che renderla più forte, alimentandone le agghiaccianti ombre a dismisura.

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