L’altro ieri, a Parigi, i terroristi hanno impugnato fucili d’assalto contro uomini che impugnavano solo matite per raccontare il mondo a modo loro.

Il giorno dopo, in Italia, il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, anticipa l’intenzione di impugnare la penna e firmare un provvedimento contenente eccezionali misure antiterrorismo che, tra l’altro, stando alle prime indiscrezioni, limiterebbero la privacy dei cittadini e la loro libertà di comunicare online.

E’ un film già visto dopo l’attentato terroristico dell’11 settembre del 2001 e la strage delle torri gemelle. Anche allora, in tutto il mondo, si reagì, tra l’altro, a colpi di leggi che limitavano prepotentemente un lungo elenco di diritti e libertà fondamentali in nome di evanescenti esigenze di sicurezza nazionale ed internazionale.

In molti ricorderanno che l’Italia non si sottrasse a questa tendenza, varando norme eccezionali tra le quali il tristemente famoso Decreto Legge del 27 luglio 2005 che porta il nome di Beppe Pisanu, che allora sedeva sulla poltrona oggi occupata da Angelino Alfano.Gli ingredienti principali della ricetta Pisanu antiterrorismo sono esattamente gli stessi che, oggi, il ministro Alfano anticipa quali ingredienti della sua risposta all’attentato di Parigi: meno privacy e più controllo nelle comunicazioni elettroniche.

Una cura che si è già rivelata inefficacie una volta e che non c’è ragione per ritenere funzioni meglio la seconda.

La prima volta – ovvero con il Decreto Pisanu – l’unico risultato che ricordano ancora in tanti fu quello di rallentare terribilmente e per oltre cinque anni la diffusione del wifi pubblico in Italia giacché si stabilì che per mettere a disposizione dei propri avventori una connessione wifi, bar, ristoranti, hotel e tavole calde avrebbero dovuto richiedere un documento di identità e registrare gli utenti. Ma non basta perché il famigerato Decreto Pisanu si abbatté, anche, come un mannaia sulla privacy nelle comunicazioni elettroniche, legittimando gli operatori a conservare un enorme quantità di dati personali dei propri abbonati per lunghi periodi di tempo, abilitando così forme di controlli di massa e abdicando, in misura importante, al sacrosanto principio della riservatezza e privacy nelle comunicazioni elettroniche.

C’è da augurarsi che la storia porti consiglio e sia di insegnamento e che passata l’onda emotiva che non può non seguire la notizia di atrocità disumane quali quelle rimbalzate da Parigi e che è, però, la peggiore possibile consigliera di chi ha il compito di governare un Paese, il governo – con in testa il titolare del Viminale – riveda i propri propositi e non commetta, ancora una volta, l’errore di rispondere ad un attentato terroristico dettato dalla volontà di privare il mondo di una libertà fondamentale come quella di parola, con l’adozione di provvedimenti che, per quanto ispirati dai più nobili principi, avrebbero inesorabilmente un effetto analogo: privare, almeno il nostro Paese, di libertà come quelle alla privacy ed alla comunicazione elettronica che sono ingredienti ineliminabili della nostra democrazia come di ogni altra democrazia.

Varare, ora, un decreto antiterrorismo a base di “meno privacy e più controllo nelle comunicazioni elettroniche” significherebbe massacrare, una seconda volta – dopo l’attentato di Parigi – la necessaria condizione di libertà di parola e riservatezza che spetta ad ogni uomo e cittadino in qualsivoglia Paese democratico. Si finirebbe, in qualche modo, per darla vinta ai terroristi che oltre ad aver privato per sempre le loro vittime della vita e con essa della più inviolabile delle libertà ed aver gettato il mondo intero in una ingovernabile paura di esercitare la libertà di parola, riuscirebbero anche nell’intento di obbligarci a rinunciare, per legge, ad altre ed altrettanto importanti libertà.

Non dobbiamo lasciare che accada ancora e di nuovo.

Se l’attentato di Parigi ha mostrato ai servizi di intelligence ed a chi ha il compito di garantire la sicurezza nazionale ed internazionale delle macroscopiche falle, riparando le quali si può scongiurare il rischio che quanto accaduto nella redazione del Charlie Hebdo, accada di nuovo, ovviamente, si proceda alle necessarie “riparazioni” ma, per carità, si eviti di “cogliere la palla al balzo”, per approvare, sull’onda dell’emozione, misure repressive e limitative di libertà tanto fondamentali quali quelle alla privacy ed alla comunicazione elettronica, approfittando del fatto che la paura e lo sgomento dei fatti di Parigi, impediranno a chiunque di rivendicare il primato dei diritti civili e delle libertà.

Se non serve – come sembra – un intervento davvero urgente ed immediato, lasciamo sedimentare le emozioni e poi, con la lucidità e la ponderazione del tempo e della ragione, preoccupiamoci di come garantirci più sicurezza senza, tuttavia, rinunciare a quel poco di libertà che ancora abbiamo e che è parte integrante e sostanziale del nostro essere cittadini di un Paese ad ambizione democratica.

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