In quattro son finiti agli arresti domiciliari, tra di loro anche un ex candidato sindaco della Lega Nord a Montesilvano (Pescara), nell’operazione dei Forestali “Terre d’oro”, che ha squassato l’Abruzzo. Tredici le imprese perquisite, tra Pescara, Chieti, Roma e Milano. I reati contestati sono quelli di traffico illecito di rifiuti speciali e discarica abusiva. C’è chi, secondo l’accusa, ha lucrato sullo smaltimento di tonnellate di terre e rocce da scavo. Indagata anche una donna di Chiesa, Suor Vera D’Agostino, sorella dell’ex assessore al Comune di Chieti Ivo, arrestato nel luglio del 2013 per presunta violenza sessuale ai danni di aspiranti proprietarie di case popolari.

Suor Vera, madre superiora e rappresentante della “Fondazione figlie dell’amore di Gesù e Maria–Onlus”, avrebbe consentito lo scarico, senza le dovute autorizzazioni, di materiali vari in un terreno di sua proprietà, diventato così una discarica abusiva. Insomma le terre dei principali cantieri abruzzesi sarebbero state smaltite gratuitamente, o a poco prezzo: tra questi anche e soprattutto quello, gigante, dell’Ikea di San Giovanni Teatino. L’azienda svedese non risulta indagata. La normativa sulle terre e rocce da scavo parla chiaro: possono essere trasportate o spostate in sito (o ex sito) solo alla stregua di un piano di utilizzo notificato alle autorità preposte, pena la loro catalogazione come rifiuti speciali. Nei cantieri di “Terre d’oro” il piano di utilizzo non sarebbe stato rispettato, e a volte nemmeno contemplato.

L’indagine si è messa in moto nel 2011. “È nato tutto da un controllo casuale a Pescara, in un cantiere per la realizzazione di una concessionaria di auto: i documenti di trasporto prodotti dalla ditta attestavano che i materiali fossero stati portati in modo regolare, secondo il piano di utilizzo, ma dagli autisti della ditta, sentiti a sommarie informazioni, siamo riusciti a capire che il movimento di terra era irregolare” ha spiegato Annamaria Angelozzi, responsabile del Nipaf (Nucleo di Polizia Ambientale e Forestale) pescarese.

Questo il grimaldello iniziale che avrebbe poi portato alla scoperta di un vero e proprio sistema di doppia contabilità informatica: la prima, quella ufficiale, di facciata, veniva dispensata ad arte agli organi di controllo; la seconda, la contabilità segreta, riportava invece tutti i vari e concreti movimenti di terre e rocce da scavo, con tanto di data, sito di carico e scarico, quantità trasportata, autista di servizio.

Tra le presunte discariche illegali incriminate, alcune sorgerebbero su terreni ad alto tasso di rischio idraulico e idrogeologico. Come nel caso del centro commerciale Megalò, tra i più colossali d’Italia: in questo caso sarebbe stata riempita (“tombata”) anche una importante cassa di espansione del fiume Pescara, coi forti rischi di manomissione del normale equilibrio dell’alveo fluviale che ne conseguono. “Accanto al Megalò abbiamo scoperto riporti illegali di terre da scavo che hanno variato il livello del suolo di un metro a monte e di quattro metri a valle”. In caso di esondazione del fiume, senza più la sua vasca naturale di ingrossamento, i problemi si sposterebbero a valle, verso Pescara-città.

Un fascicolo stralcio dell’inchiesta vede invece indagato per corruzione il sindaco di Chieti Umberto Di Primio, tirato in ballo per la costruzione del “Megalò 3”, un nuovo centro polifunzionale che avrebbe dovuto sorgere nei pressi del Megalò. Gli sarebbero state promesse dazioni di denaro “per ripianare debiti e per la campagna elettorale”, in cambio di un suo appoggio. Con lui risultano indagati anche Enzo Perilli, titolare della società proprietaria del terreno da edificare, e Michele Colistro, segretario abruzzese dell’Autorità regionale di Bacino. Colistro espresse un parere tecnico favorevole alla costruzione del Megalò 3 e il Comune di Chieti appoggiò il ricorso della ditta affidataria dei lavori di costruzione, contro la loro sospensione.