Sono moltissimi i giornalisti, disegnatori e rappresentanti della società civile che hanno partecipato ad una veglia “Con Charlie, contro l’odio e per la libertà”, nei locali del più noto sito internet francese d’inchiesta, Mediapart, la sera dell’attentato. A poche fermate di metropolitana dalla centrale piazza della République, inondata di gente fino a notte, e a pochissimi isolati dalla sede di Charlie Hebdo nell’11esimo arrondissement di Parigi, assaltatata nella mattinata da un commando che al grido di “Allah è grande” ha massacrato 12 persone, decimando la redazione a partire dal direttore Charb, c’erano i rappresentanti della quasi totalità dei media francesi. Invitati dalla redazione e dal suo direttore, Hedwy Plenel, a “vegliare per ricordare e difendere ciò che abbiamo in comune” e a farlo “ come si farebbe per un amico”, hanno preso la parola l’uno dopo l’altro per una diretta di due ore trasmessa in streaming. I giornalisti, tra gli altri, di Libération, Le Figaro e Radio France, molti dei quali conoscevano personalmente le persone che hanno perso la vita nell’attentato, hanno condiviso ricordi, sentimenti e opinioni sulla Francia post 7 gennaio 2015. Una data simbolo. Come ha ricordato lo stesso Hedwy Plenel : “Mai, prima d’oggi, in un democrazia, un giornale era stato assassinato”.

Dopo un breve riassunto della dinamica dei fatti noti fino a quel momento, la prima a prendere la parola nella sala colma è stata Christine Lazerges, presidentessa della commissione nazionale per i diritti umani, che ha lodato i giornalisti, alfieri della democrazia e della libertà, ma ha anche invitato a fare attenzione a non cadere nella trappola della ricerca di un capro espiatorio e a “non assimilare una delle grandi religioni della Repubblica agli autori di questo crimine”. Il microfono è poi passato di mano in mano registrando diverse prese di posizione, opinioni e interrogativi. Ai ricordi commossi si sono alternate le osservazioni su una società in cui è ormai normale vedere uomini armati per strada e rinunciare alle libertà individuali per motivi di sicurezza. “Anche se poi non serve a impedire che accadano cose come questa”.

Più volte i presenti hanno detto di “non esser stati sempre d’accordo con la linea del settimanale”, ma hanno anche tutti ribadito che “non riusciranno ad avere la pelle di Charlie”. La storia del giornale satirico deve continuare, proprio come gli americani hanno ricostruito sul “ground zero” delle Torri gemelle dopo l’11 settembre. Nordine Nabili, direttore del BondyBlog, sito internet nato per raccontare i quartieri popolari francesi durante le rivolte del 2005, ha aggiunto: “Dobbiamo spiegare alla società francese che abbiamo subito un duro colpo ma che da domani riprenderemo il nostro lavoro.”

Mentre nella grande sala della redazione la veglia continuava, i colleghi più scossi si sono potuti consolare a vicenda in una stanza poco lontana dove la redazione di Mediapart aveva messo a disposizione bibite e cibo. Sul muro spiccano alcune vignette incorniciate. Alcune di esse sono firmate Charb e Tignus, due dei vignettisti vittime della sparatoria nei locali di Charlie Hebdo. Erano state realizzate nel 2009, in occasione di una grande manifestazione per la libertà di stampa. Un evento che è stato più volte ricordato con commozione durante la serata.

Dopo più di due ore di scambi, a volte anche commossi e intensi, i giornalisti si sono salutati ricordando che per combattere il fanatismo, bisogna far indietreggiare l’odio. Sonia Kronlund, di radio France Culture, ha voluto ricordare le parole del premier norvegese dopo i fatti di Oslo : “Puniremo i colpevoli. Li puniremo con più democrazia e più tolleranza”. “Noi siamo Charlie”, ha concluso Hedwy Plenel riprendendo lo slogan delle manifestazioni spontanee francesi. Sull’orlo delle lacrime ha continuato: “La paura non puo’ sopraffarci, l’odio non passerà attraverso di noi. Quello che è successo oggi ci invita a smettere di giocare con il fuoco e con il peggio. Tendiamo la mano a coloro che sono stigmatizzati, feriti, repressi, minacciati. Non è solo questione di unità nazionale, è questione di una causa comune che ci permetta di non cedere all’odio”.