Cederna“La guerra è molto più vicina di quel che pensiamo, dorme dentro di noi. Per questo raccontarne gli orrori è doloroso e necessario”. Parte questa sera dal Teatro Gobetti di Torino la tournée di Giuseppe Cederna, che presenta L’ultima estate dell’Europa, spettacolo dedicato alla Grande Guerra con la regia di Ruggero Caro e le musiche eseguite dal vivo da Mauro Manzoni e Alberto Capelli.

Nel 2015, infatti, ricorre il centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nella Prima guerra mondiale: “Non è ovviamente una ricorrenza che va festeggiata o esaltata – afferma Cederna –,  ma è indubbio che questo devastante evento abbia inciso profondamente sui destini dell’Europa e dell’Italia in particolare, con conseguenze che ancora oggi difficilmente si rimarginano. È importante soffermarsi e meditare a lungo, specialmente per i più giovani, su cosa sia veramente una guerra, ora che il mondo sembra una immensa polveriera sul punto di esplodere. Con la pietà della memoria e la miracolosa potenza delle storie, l’uomo riesce a ribellarsi all’umiliazione del corpo e dell’anima. Anche nell’orrore, talvolta, riusciamo a trovare la nostra umanità e dignità più profonde”. Un viaggio in “un’altra storia” dove si passa dall’esaltazione alla consapevolezza fino alla disperazione e alla morte, il tutto raccontato da Cederna attraverso le memorie, le poesie e le lettere dal fronte. Oltre ai testi di grandi letterati come Carlo Emilio Gadda e Giuseppe Ungaretti, personaggi che l’attore interpreta mentre si trovano in prima linea a combattere.

È uno spettacolo drammatico, duro da vedere ma che dà forza ed energia per la vita: “Mi ci sono trovato dentro sempre di più e sempre più coinvolto in prima persona – racconta l’attore – senza che ne avessi il sentore, perché non sono un esperto di guerra né sono particolarmente interessato alle guerre mondiali. Non ne sapevo niente, solo pochi ricordi di scuola.  È stato il mio amico Augusto Golin che invece è colto e appassionato, a convincermi a mettere insieme in scena lo spettacolo. Prima facendomi leggere libri di alcuni storici inglesi, poi i racconti di poeti, scrittori e fanti davvero molto toccanti. Persone che con la forza delle parole riuscivano a raccontare la loro drammatica esperienza. Così abbiamo composto una ossatura di testo: in quei momenti  sembrava che tutte le tessere di un mosaico umano straordinario e terribile, come una serie di dispacci dall’inferno, si mettessero tutti al loro posto. Per me che sono anche un viaggiatore (ha scritto libri di viaggi nel mondo dall’Africa all’India, ndr) era importante tenere le antenne ben puntate mentre raccoglievo queste storie. Pian piano vedevo che davanti a me si stava creando l’opportunità di poter interpretare e raccontare questa guerra esattamente come un viaggio”.

“Si inizia con una poesia ‘biblica’, con la voce di Tommaso Marinetti, bella e orribile al contempo che racconta la bellezza del teatro della guerra. Marinetti nel 1912 assiste da un’altura alla guerra bulgaro-turca e la descrive come fosse un concerto in teatro. Tutto per lui è perfetto: i fanti che muoiono, i rumori delle baionette, le esplosioni dei cannoni. Una vera e propria esaltazione della guerra a cui segue una poesia di Wilfred Owen, che è invece una pietra tombale sull’uomo e sull’Europa. E questo naufrago sopravvissuto, che è il mio personaggio, emerge da un mucchio di sassi, si rialza mentre si ode una musica. Una musica balcanica bella, che lo aiuta a ricordare. Ricorda di una città orientale, bella e luminosa. È il 28 giugno 1914 e a Sarajevo, quel giorno, arriva un personaggio importante in visita. La gente è eccitata, c’è una bella atmosfera tra bazar, odori d’oriente, minareti, moschee,  sinagoghe cristiane e ortodosse. Seguiamo il corteo di macchine sapendo che tra la folla ci sono due cellule di giovanissimi attentatori, che manovrati o convinti in buona fede di liberare il proprio paese, preparano questo attentato caratterizzato da una serie di errori e coincidenze, straordinarie da raccontare ma drammatiche per l’effetto che hanno avuto nella storia del mondo. Io interpreto sia l’attentatore, Gavrilo Princip, sia l’arciduca Francesco Ferdinando che avanza sulla sua bellissima automobile. Due colpi di pistola cui seguono 10 milioni di morti e la fine di un mondo così come lo si conosceva allora. In un mese tutta l’Europa si dichiara guerra: sembra una specie di risiko, quasi un gioco per bambini e invece è l’inferno. L’orrore della guerra.

E in Italia? Cosa succede in Italia? “Entrare o non entrare in guerra? Ci si pensa per 11 mesi, alla maniera italiana: cosa ci conviene di più? Naturalmente c’è già l’atmosfera, preparata dal Futurismo sia dal punto di vista artistico ma anche sociale e culturale. Dopodiché  si infiammano gli animi, la guerra viene decisa e siamo già a Cadorna, questo orrendo generale, che dichiara ‘Per attacco brillante si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere e si lancia all’attacco un numero di uomini superiore: qualcuno giungerà alla mitragliatrice’ oltre a ‘Le sole munizioni che non mi mancano sono gli uomini’”.

Da qui siamo già in guerra, siamo già partiti verso l’inferno, e incominciano le storie degli uomini. Prima i nessuno, i fanti, che scrivono a casa, durante la guerra verranno inviate oltre 4 miliardi di missive. “Loro, al primo attacco, sono già condannati a morte. A questo punto viene letta una delle tre lettere strazianti di un caporal maggiore, che scrive ai suoi genitori e che muore dicendo ‘state allegri, addio amici, mamma non piangere’. Si arriva a un altro personaggio, che si vede camminare lungo un fiume. Quella che interpreto è la storia del poeta Giuseppe Ungaretti, un uomo piccolo, solitario, senza patria e senza identità, perché è nato in Egitto da genitori toscani poveri che vanno in Africa a cercare lavoro trovandolo al Canale di Suez. Lui però vuol studiare in Europa, si trasferisce a Parigi dove conosce nel 1912 Picasso, Apollinaire… comincia a scrivere, è solo e povero. Un randagio. Arriva in Italia nel ’14 e si presenta come volontario: mettersi la divisa da fante gli dà un’identità, ma si renderà presto conto che è all’inferno e nell’orrore. Ha con sé questo germe miracoloso che è la poesia, e sopravvivendo per ben tre volte alla morte ne scrive diverse, meravigliose: tra queste ve n’è una che mi ha convinto a mettere in scena questo spettacolo, facendomi capire che io c’ero dentro con tutte le scarpe. Ungaretti durante una pausa, nella battaglia sull’Isonzo, di notte si leva le scarpe e la maglietta fetida puzzolente di morte, fa questo gesto di bagnarsi, si immerge nel fiume come segno di rinascita. E io la canto, la faccio nascere lì sulla scena. In questo momento mi identifico fortemente con questo uomo. So cosa devo dire, ma ogni volta non so cosa mi succederà”.

La guerra ricomincia, improvvisamente ai fanti arriva l’alcol, è il segnale che l’attacco sta per incominciare. “Il personaggio che incontriamo subito e che ci porta ancora più dentro l’inferno della guerra è Carlo Emilio Gadda, che è un giovane tenente convinto interventista che ci racconta che ‘Tutto questo non è orgoglio: è anzi un frego dato sull’orgoglio’. Gadda ci porta ad assistere alla morte di un giovane di 19 anni, che gli ricorda Lord Byron, poeta tra le rovine che lui vede morire davanti ai suoi occhi, non può fare niente se non raccontare la sua morte, un momento altissimo di commozione.

Dopo la morte di questo giovane, prima di andare a Caporetto, c’è un momento di silenzio e di musica, dove i musicisti hanno arrangiato la Passione secondo Matteo di Bach con chitarra e sassofono. Siamo allo sbandamento totale, ma la guerra non è finita. Sul finale c’è uno sberleffo in poesia, con un ballo blasfemo, con il mio personaggio che balla sulle tombe, dopo la poesia di Trilussa che dice che “la vita è una minchionatura”. È un pezzo fortissimo.

Dopo il ballo nel cimitero, c’è un pezzo di vita personale che entra nello spettacolo, perché due mesi fa sono stato a camminare sull’Isonzo, sulla cima del Monte Nero. Lì si immagina che uno qualsiasi di noi, attraverso di me, torni sui luoghi della guerra, cammini sulle montagne, scenda nella valle, metta i piedi nell’acqua del fiume e renda omaggio a questi fanti morti, che sono seduti ad ascoltarlo o sono sdraiati sul greto del fiume con lui. Qui il teatro, se sono bravo, fa resuscitare una moltitudine di morti dimenticati. Sono fanti di tutte le nazionalità. Tutti gli italiani, dai sardi agli abruzzesi, dai valtellinesi ai piemontesi ai calabri. Fino ai poveri spettri di bosniaci, ungheresi. È un breve pezzo molto bello scritto da Paolo Rumiz”. E con questo canto, “Eravate alti 1 metro e 50, pesavate meno di 40 chili, voi spettri, fanti, usciti dalle trincee ma io vi penso giganti, ciclopi di una razza estinta”, lo spettacolo si chiude.

Prossimi appuntamenti:

• 7-11.01.2015 @TORINO – Teatro Gobetti
•16.01.2015 @ OCCHIOBELLO (FE) – Teatro Comunale
•27.01.2015 @ NAPOLI – Teatro Galleria Toledo
•30.01.2015 @ NAPOLI
•31.01.2015 @ NAPOLI
•01.02.2015 @ NAPOLI
•17.02.2015 @ BORETTO (RE) – Teatro Comunale
•27.02.2015 @ PAVIA – Teatro Gaetano Fraschini
•12.03.2015 @ PALERMO – Teatro Biondo
•13.03.2015 @ PALERMO
•14.03.2015 @ PALERMO
•15.03.2015 @ PALERMO
•17.03.2015 @ PALERMO
•18.03.2015 @ PALERMO
•19.03.2015 @ PALERMO
•20.03.2015 @ PALERMO
•21.03.2015 @ PALERMO
•22.03.2015 @ PALERMO