Anche a Roma sale l’allerta dopo la strage nella redazione parigina del settimanale satirico Charlie Hebdo. “Il livello è elevatissimo”, dice il ministro dell’Interno Angelino Alfano. Sono stati potenziati i servizi di vigilanza agli obiettivi sensibili e c’è una “particolare attenzione” verso le redazioni giornalistiche. Il titolare del Viminale precisa che al momento “non ci siano tracce concrete di segnali specifici di organizzazioni di eventuali attentati in Italia”. Ma in Italia, come in tutti gli altri Paesi occidentali, il rischio di azioni terroristiche è costante, soprattutto dopo l’adesione del nostro Paese alla coalizione anti-Isis guidata dagli Stati Uniti.

Per questo la lente dei nostri Servizi segreti è continuamente puntata su quello che avviene nella galassia jihadista. Per gli 007 il pericolo maggiore rimane il fenomeno del “reducismo”. Rappresentato da quei cittadini di origine straniera residenti in Europa (“ma anche i convertiti all’Islam radicale”) che partono per i teatri di guerra e una volta tornati in patria cercano di pianificare attacchi. La Siria rimane la meta prediletta. Gli altri teatri dove imparare a combattere sono la Somalia e il Mali. E’ qui che gli aspiranti mujahidin sviluppano “legami con gruppi qaidisti” e acquisiscono “particolari capacità offensive”, prima di “ridispiegarsi in Paesi occidentali, Italia compresa, per attuare progetti ostili ovvero tentare di impiantare reti radicali”, scrive la nostra intelligence nella sua ultima relazione.

Anche se al momento il fenomeno dei cosiddetti foreign fighters che partono dall’Italia “continua ad essere piuttosto contenuto“, secondo i nostri Servizi. Ma i casi non mancano. “Significativa, a tal proposito, la morte in Siria, il 12 giugno, di un cittadino italiano, unitosi nel dicembre 2012 all’insorgenza islamista anti-Assad al termine di un percorso di radicalizzazione culminato nella disponibilità al sacrificio personale”. Il riferimento è a Giuliano Ibrahim Delnevo, 23enne studente genovese, convertito all’Islam che sul suo profilo Facebook faceva proselitismo pro-jihadista.

E l’attenzione dei nostri Servizi segreti è concentrata proprio su quello che si muove in rete, terreno fertile per chi vuole fare propaganda e fomentare l’odio anti-occidentale. E’ qui – si legge nella relazione – che “la presenza di potenziali mujahidin pronti a fornire il proprio contributo alla ‘causa’ si evidenzia soprattutto tra le file degli ‘islamonauti‘ che si indottrinano sul web e animano gruppi di discussione e social forum“. Il monitoraggio su internet da parte degli apparati investigativi rimane una delle carte vincenti per prevenire eventuali attacchi terroristici. Anche perché le armi investigative classiche, come ad esempio la presenza di infiltrati o informatori all’interno di gruppi, risultano difficili da mettere in campo nell’universo jihadista. Un contesto che una fonte dei nostri Servizi descrive come un “oceano”, difficile da immortalare perché fluttuante e chiuso.

Internet per i estremisti islamici rimane il mezzo indispensabile per “coinvolgere i musulmani in Occidente (di tutte le generazioni, compresi homegrown e convertiti)” e per esortarli “a recarsi nei teatri di battaglia oppure a compiere direttamente attacchi nei Paesi di residenza contro i ‘miscredenti’, in rappresaglia alle presunte aggressioni perpetrate contro la nazione musulmana dagli USA e dai loro alleati”. Annota la nostra intelligence. Ed è così che nel Vecchio Continente come negli Stati Uniti si alimenta il “jihad individuale, condotto, anche con mezzi artigianali (dall’ordigno fai-da-te all’arma da taglio), da soggetti o microgruppi autoorganizzati, le cui iniziative, benché di minore impatto rispetto a pianificazioni su larga scala, sono ritenute in grado di indebolire il nemico, accrescendone il senso di vulnerabilità”. Sono appunto le azioni individuali a rappresentare il pericolo maggiore anche per il nostro Paese, “come nel caso, più volte ricordato, del tentato attacco del libico Mohamed Game alla caserma Santa Barbara a Milano nell’ottobre 2009”, ricordano gli 007.

Un’azione che però non andò in porto a differenza dell’attentato alla maratona di Boston dell’aprile 2013, o della decapitazione del soldato inglese a Londra del maggio dello stesso anno. Ma ad agire, in questi casi, sono stati cani sciolti, attentatori quasi “improvvisati” che alle spalle non avevano una preparazione militare solida. Preparazione e competenze che sembrano invece appartenere al commando di tre uomini entrato in azione a Parigi, sottolinea una fonte della nostra intelligence. Basta guardare il modo in cui i terroristi imbracciavano i fucili d’assalto, la calma con la quale sono scesi e risaliti dall’auto per fuggire, la freddezza con cui hanno giustiziato un poliziotto inerme: gesti tipici di chi ha ricevuto un addestramento – in Iraq, in Siria o nella stessa Europa – per prepararsi a una guerra.