2793_SOVRA.inddSud è chi viene messo nelle condizioni di non essere e poi é rimproverato per non essere”. Così scrive Pino Aprile, in “Mai più terroni”. La questione meridionale è l’elefante nel salotto dell’Italia unita. E quell’elefante, in salotto, ci è stato portato da scelte sbagliate e politiche spregiudicate. Anche se a molti piace far finta di nulla, scadendo nel grottesco. Altri preferiscono parlarne solo quando occorre attingere consensi dal gran serbatoio di voti del Sud. Ho preso in prestito l’immagine dell’elefante da Randy Pausch, indimenticabile autore de “L’ultima lezione”, per evidenziare l’assurda attitudine nazionale a fingere di non vedere, alimentandolo, il divario nel paese. Che ne costituisce il male principale. È una nostra abitudine, quella di tentare di occultare i grandi problemi sotto il tappeto. O sotto la superficie dei fondi agricoli, con la complicità delle peggiori anime del Sud e del Nord.

Sorprenderà alcuni, ma la questione meridionale è una tematica su cui più di un secolo fa alcuni grandi uomini politici e studiosi italiani avevano una fatto imbarazzante chiarezza.

Il molfettese Gaetano Salvemini, nel 1908, tenne un intervento al Congresso del Psi in cui parlava della ‘Questione meridionale’, non senza esser contestato: “Mettete un uomo della migliore volontà di questo mondo in ambiente disgraziato, circondato da difficoltà di ogni genere; egli lotterà per due anni, per tre anni; ma la vittoria sempre gli sfugge; alla fine l’esperienza gli dimostra che la vittoria è impossibile. Come volete che quest’uomo alla fine non si perda di coraggio? Bisognerebbe essere santi per vivere tutta una vita di sacrifici disperati; e anche il santo, alla fine, abbandona la vita del suo tempo e se ne va nel deserto”.

E moltissimi meridionali, infatti, continuarono ad emigrare. O a perder fiducia nello Stato.

Guido Dorso invece, nella sua “Rivoluzione meridionale”, guardava alla nascita della questione meridionale nel Risorgimento, animato non da una forte idealità ma dai compromessi politici di Cavour, visto da Dorso come il maestro del trasformismo italiano. “La caratteristica essenziale del nostro Risorgimento è costituita dal dissolvimento di tutte le correnti ideali, che si disputarono la direttiva della rivoluzione, nel grigio incedere della conquista piemontese”. G. Dorso, “La rivoluzione meridionale”, Torino, Einaudi 1977 (ed. or. 1925), pp. 73-81. Un’occasione perduta, insomma.

Su queste parole trovo più facile parlare de “L’Italia bugiarda”, del piemontese Lorenzo Del Boca, edito da Piemme.

L’attitudine italica al compromesso e al trasformismo percorre il volume in un interessante parallelo tra Italia post-risorgimentale e attualità. “Il Sud, inferocito e ribelle, fu piegato da 40 battaglioni di bersaglieri che considerarono quelle province come terre di conquista. Napoli e Palermo non vennero trattate diversamente da come, decenni più tardi, avvenne per Mogadiscio e Addis Abeba. Dissero che venivano per portare la libertà ma – la libertà – la mostrarono dal mirino degli schioppi e sulla punta delle sciabole. Chi si ostinò a difendere la propria indipendenza fu chiamato “brigante”, gli distrussero l’economia, lo caricarono di tasse, lo affamarono e chi non si risolse a emigrare finì, in buon numero, davanti al plotone di esecuzione.

Due esempi su tutti vengono rievocati da Del Boca. E forse basteranno per farsi un’idea degli interessanti cammei che riaffiorano dalla storia nelle pagine di questo testo.

Bixio, generale e deputato, non lasciò la poltrona nel Consiglio di amministrazione del Credito immobiliare e non si sentì in imbarazzo al momento di ritirare i dividendi, anche se l’Istituto aveva ottenuto appalti per costruzioni statali”. Prime prove di conflitto di interessi.

Gustavo Cavour, fratello del Presidente del Consiglio, era uno dei maggiori azionisti della Cassa di sconto che, con capitali inglesi, si accaparrò i lavori del canale che doveva portare acqua nella bassa novarese e in Lomellina per irrigare le risaie, e che, non a caso, venne indicato sui mappali come “Canale Cavour””. E l’onesto Bettino Ricasoli si fece pagare 80000 piastre per lasciar passare la ferrovia in un bosco di sua proprietà e dare la firma per la concessione”.

A scuola abbiamo imparato a scorgere nella frase celeberrima del principe don Fabrizio Salina lo stereotipo dell’attitudine gattopardesca, e di un’inerzia tipicamente meridionali.

In realtà, non ne era affatto esente il primo parlamento unitario

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