Il fatto che Mario Draghi abbia detto a un giornale tedesco, Handelsblatt, che non vuole fare il politico bensì restare alla testa della Bce non è certo un caso.

Dal giorno dopo la sua nomina a capo dell’Eurotower, il 1 novembre 2011, Draghi ha fatto di tutto per dare fastidio a Berlino, spingendo l’azione della Bce ai limiti del proprio mandato. Compito principale della Bce è quello di mantenere sotto controllo l’andamento dei prezzi mantenendo il potere d’acquisto nell’area dell’euro, ovvero controllare l’inflazione. E questo la Germania vorrebbe che si limitasse a fare. Tuttavia, complice lo scoppio della crisi dell’euro, Draghi ha attuato una serie di azioni che vanno al di là di questo mandato. Ecco che fra il 2011 e il 2012, la Bce ha comprato i titoli di Stato dei Paesi in difficoltà nell’ambito del programma Smp (Security markets program), nel dettaglio 102,8 miliardi di euro di bond italiani, la quota maggiore fra i Paesi dell’eurozona, seguono Spagna (44,3 miliardi), Grecia (33,9), Portogallo (22,8) e Irlanda (14,2).

Oggi la Bce si appresta ad immettere un’ingente liquidità nel sistema finanziario europeo attraverso l’acquisto di bond di Stato, il cosiddetto quantitative easing. Si tratta di una misura invisa ai Paesi del Nord, come la Germania e i Paesi Bassi, che da anni stanno combattendo una guerra intestina alla Bce per arginare gli slanci interventistici di Draghi, del quale il tedesco Bundesbank Jens Weidmann costituisce ormai l’alter ego.

Anche se non possono dirlo a chiare lettere, un eventuale trasferimento di Draghi al Quirinale sarebbe un regalo di Natale tardivo quanto piacevole per Berlino, che un’evoluzione della Bce a vera banca centrale europea oggi proprio non la vuole. Da qui le parole di Draghi al quotidiano tedesco: “Non voglio essere un politico. Il mio mandato alla Bce è in vigore fino al 2019″. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

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