A dicembre è tempo di bilanci per l’anno che si sta concludendo e di previsioni per quello che verrà. Il 2014 fa segnare per l’Italia il terzo anno consecutivo di recessione, con un Pil che dovrebbe diminuire dello 0,4%, dopo le flessioni del 2,4% del 2012 e dell’1,9% del 2013, tornando a un livello più basso di quello del 2000. Eppure, secondo le previsioni, doveva essere l’anno della definitiva ripresa dell’economia italiana.

Tornando indietro nel tempo si scopre che nella nota di aggiornamento al Def del 2011, il governo Berlusconi, che di lì a poco sarebbe uscito di scena, prevedeva per il 2014 una crescita del Pil dell’1,3%. Lo stesso dato fu confermato nel Def 2013 dal governo Monti, mentre a settembre dello stesso anno il governo Letta pronosticò per il 2014 un aumento del Pil dell’1%. Nessuno gli credette, tanto meno la Commissione europea che dichiarava un ben più prudente 0,6% e Matteo Renzi che si apprestava a diventare prima segretario del Pd e premier. Una volta al comando e arruolato Pier Carlo Padoan nel ruolo di ministro dell’Economia, Renzi con il Def di aprile scorso assicurò che la crescita di quest’anno sarebbe stata dello 0,8%. La definì una stima “prudente” ed era pronto a scommettere che grazie all’azione di governo la ripresa sarebbe stata ancora più forte. Ma la dura realtà non si è fatta attendere e, trimestre dopo trimestre, i dati macroeconomici hanno riportato indietro la lancetta del Pil spostandola sul segno meno. Per il governo la ragione è da cercare nelle mutate condizioni internazionali (-0,5%), nei ritardi dei pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione che hanno limitato la portata espansiva del provvedimento (-0,5%), nella revisione degli effetti delle riforme del precedente biennio (-0,2%). Nullo, invece, il contributo positivo del bonus di 80 euro concesso ad alcuni lavoratori dipendenti e da molti interpretato come propaganda elettorale in vista delle europee. Il governo ammette, tardivamente, che le stime di primavera non erano basate su certezze, ma solo su speranze rivelatesi infondate.

Quello di fornire stime della crescita maggiori di quanto poi si realizza, sembra essere una costante degli ultimi anni. Tra il 2008 e il 2013, il Pil nominale a consuntivo è risultato mediamente più basso dell’1,4% rispetto al dato inizialmente comunicato alla Commissione europea nell’ambito della procedura per disavanzi eccessivi. La differenza è dovuta per l’1,1% a una sovrastima del Pil reale e per lo 0,3% a un minore aumento dei prezzi. Al di là di errori di valutazione che possono essere stati commessi, il ricorso a previsioni ottimistiche sembra rispondere, però, a una ben precisa strategia, volta a influenzare il clima di fiducia e a stimolare i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. Purtroppo, quando alle parole non seguono i fatti gli operatori economici preferiscono mantenere un profilo prudente in attesa di tempi migliori. E il 2015?

Il governo scommette che sarà finalmente l’anno della svolta – più volte rimandata – con una crescita del Pil dello 0,6%. Sulla stessa lunghezza d’onda il Fondo Monetario Internazionale (+0.8%), la Commissione europea (+0.6%), l’Istat (+0.5%), l’Ocse (+0,2%) e la Confindustria (+0.5%). Secondo il Centro Studi di quest’ultima, l’Italia si trova a fronteggiare un rebus. La ripresa dovrebbe arrivare, spinta dal forte ribasso del prezzo del petrolio, dalla svalutazione dell’euro rispetto al dollaro, dai tassi di interesse prossimi allo zero. Si tratta, però, di fattori esogeni, sui quali il governo può incidere ben poco. L’economia italiana deve solo cercare di avvantaggiarsene il più possibile, finché dura. Sul fronte interno permangono, invece, le incertezze. Su tutte l’elevata disoccupazione che frena i redditi e i consumi delle famiglie e mantiene su livelli minimi la capacità produttiva delle imprese. A essa si aggiungono i timori che il perdurare dell’instabilità politica in Ucraina e il deterioramento dei rapporti commerciali con la Russia possano determinare un ulteriore rallentamento delle economie europee. Uno scenario di stagnazione, nel quale l’Italia sembra essersi impantanata da tempo, senza trovare la spinta propulsiva per un vero rilancio.

Dopo tre anni di recessione il livello del Pil è sceso così in basso che un aumento dello zero virgola qualcosa non può certo considerarsi un successo. Se tutto andrà bene, nel 2015 si riuscirà a recuperare quello che si è perso quest’anno e se le previsioni fino al 2018 saranno rispettate, si tornerà ai livelli del 2010. Per tornare ai massimi del 2007 mancheranno ancora altri 5 punti percentuali. E un risultato positivo per il 2015, seppure minimo, è tutt’altro che scontato, considerando che la principale preoccupazione del governo continua ad essere la stabilità dei conti pubblici e l’enorme spesa per interessi che vanifica ogni sforzo di risanamento. L’esperienza degli anni scorsi insegna che non ci si può fidare delle previsioni del governo, che tende a sopravvalutare i risultati per promuovere la propria azione. Non resta, quindi, che incrociare le dita e sperare che la congiuntura internazionale ci consenta di non retrocedere o di fare qualche piccolo passo in avanti.

di Franco Mostacci

da Il Fatto Quotidiano del 31 dicembre 2014

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