Discorso e contro-discorso a confronto. Anche se, riferendomi a quello di Grillo, parlerei più di altro discorso che di contro-discorso, dal momento che ha ormai un’identità politica propria e, nel messaggio al quale anch’egli ci ha abituati, non fa più il verso a quello istituzionale del Presidente della Repubblica (con tanto di scrivania e bandiere). Grillo fa invece un discorso a sé, con un messaggio al suo pubblico e ai cittadini, e non contro qualcun altro.

Due discorsi diversi dai contenuti diversi, ovviamente, ma con più analogie di quante si potesse immaginare nella comunicazione non verbale, nella forma e nel sentimento. Vediamo.

Discorsi insoliti. Entrambi i discorsi hanno riservato dei colpi di scena. Grillo non è più dietro una scrivania, ma al buio in una catacomba. Certo, da lui puoi aspettarti di tutto.
Quello in cui non ti aspetti colpi di scena è il discorso più istituzionale e formale dell’anno, quello del presidente della Repubblica, che invece questa volta è iniziato con una premessa da far spalancare gli occhi, dove lo stesso Napolitano ha avvertito: “Il messaggio augurale di fine d’anno, presenterà questa volta qualche tratto speciale e un po’ diverso rispetto al passato”. Si riferiva al fatto di rivolgersi non solo ai comuni cittadini ma anche al suo successore (chissà se nella mente di Napolitano quel successore aveva già un nome e un volto).

Le ambientazioni stesse sono insolite. Ebbene sì, anche quella del presidente. Per comunicare la fine del suo ruolo istituzionale, Napolitano non ci parla seduto alla sua grande scrivania, ma dietro ad un tavolino, con cartelline vuote. La scrivania, come il suo lungo mandato, è alle sue spalle.

Anche le prime parole del fondatore del M5s sono spese per avvisare gli spettatori circa l’eccezionalità di alcuni aspetti questo messaggio: “Signori, siamo qua in una versione leggermente differente dalle solite: siamo nel nuovo ufficio della Casaleggio Associati, una specie di catacomba…”. Nel suo caso più che di particolare ambientazione dovremmo parlar di scenografia.

Grillo è al buio, con una lanterna in mano, dentro un suggestivo scantinato illuminato da candele. È il lato oscuro della politica, opposto al solare mondo renziano, ma, nella narrazione di Grillo i buoni sono quelli al buio. La luce che vediamo in superficie è luciferina, l’abbaglio di chi ci inganna, mentre gli eversori del 5 stelle, come i Cristiani perseguitati perché portatori di verità o i carbonari rivoluzionari, sono costretti a cospirare in segreto, all’interno di catacombe e nei sotterranei. Grillo enfatizza teatralmente questo aspetto sussurando, per non essere scoperto, le parole più eversive, come “onestà”. Anche lo scorso anno Grillo si paragonò ad un cospiratore segreto, Garibaldi, esibendo una sagoma del condottiero con la sua faccia.

Sono entrambi sollevati. Napolitano per le dimissioni di cui parla senza mezzi termini fin dall’inizio; Grillo per essersi alleggerito condividendo un po’ di peso con altri cinque, avendo inoltre messo in sicurezza il concetto di leaderless (senza leader) proprio del M5S, escludendo se stesso come leader acclamato e smentendo anche le voci che vedevano un numero tre fra gli eletti. Il sollievo è evidente proprio dal diverso stile del messaggio. È tornato il Beppe Grillo teatrale: recita un monologo, non si limita a pronunciare un discorso. Dà il meglio di sé in una comunicazione totale che scuote ma non spaventa.

Un certo ottimismo traspire da entrambi gli oratori. Da Grillo perché secondo lui non si può andare peggio del 2014 e “forse il 2015 ci porterà dei risultati straordinari. Può darsi che l’ebetino si leverà di mezzo. Forse ci darà una grande soddisfazione quando Napolitano che ha condiviso e sponsorizzato questo sfacelo si toglierà da questa posizione precaria; e Forza Italia non ci sarà più o avrà numeri da prefissi telefonici”; Napolitano traspira ottimismo invece grazie a Renzi. Il presidente si compiace della realizzazione, almeno in prima fase, degli auspici riformisti dello scorso ultimo dell’anno ed è convinto ci si trovi sulla strada giusta.

Ultima analogia è la schiettezza. Nessuno dei due usa mezzi termini. Riguardo Grillo, come sempre, è la sua cifra distintiva e ci saremmo stupiti del contrario. Ma anche Napolitano non lascia spazio ad interpretazioni. Abbandonato il vacuo linguaggio tipicamente istituzionale, che dice tutto senza mai fare riferimenti precisi e si protegge dietro al dubbio, Napolitano racconta il suo incontro con la mortalità: ho “toccato con mano come l’età da me raggiunta porti con sé crescenti limitazioni e difficoltà nell’esercizio dei compiti istituzionali”.

Sempre senza mezzi termini dà ragione a chiunque, come su questo quotidiano, non considerasse normale, seppur concesso, un suo secondo mandato presidenziale. Toccando il tema dell’elezione del prossimo presidente della Repubblica parla di “responsabilità nell’interesse del Paese, anche in quanto è destinata a chiudere la parentesi di un’eccezionalità costituzionale.”