In un Paese cialtrone quale il nostro, le pensioni divengono una delle cartine di tornasole per esprimere il peggio di tale cialtroneria. In questi giorni è al riguardo intervenuto sul Corriere della Sera il prof. Brambilla, autorevole esperto, al fine di sfatare miti e dicerie sulle pensioni.

Si è però dimenticato di alcune critiche fondamentali, che vorremmo ricordare e brevemente riassumere: a) perché nel nostro ordinamento giuridico (così cesellato e confermato dalla giurisprudenza di legittimità e della Corte Costituzionale) domina il dogma dei “diritti acquisiti” e dunque il principio del pro rata nonostante il calcolo delle pensioni sia stato in passato palesemente generoso e abnorme (quanto alle pensioni erogate) rispetto ai contributi versati durante la vita lavorativa, dunque con patti intergenerazionali palesemente viziati ab origine?; b) perché i cd. attivi (lavoratori e comunque ancor di più tutti i contribuenti, attingendo l’Inps anche dalle risorse dello Stato) devono farsi carico dell’enorme debito pubblico creato da legislatori miopi e conniventi con un sistema aberrante, teso a garantire ai cd. passivi (pensionati) pensioni non coperte da sé stessi?; c) perché in seno al sistema retributivo puro abbiamo numerosi casi ancor più aberranti (cd. pensioni d’oro, baby pensioni, pensioni retributive multiple, pensioni godute per un giorno di mandato politico etc.) che hanno creato una super casta di privilegiati indorata a spese dei contribuenti?; d) perché in Italia abbiamo un gettito fiscale che non ha eguali in Europa, invece di ritenere le pensioni non un reddito ma una redistribuzione di reddito esente da prelievo fiscale?; e) perché il legislatore (accattone e in crisi d’astinenza da debito pubblico) insiste nel voler aumentare (leggasi ultima Legge di Stabilità in fieri) la tassazione delle rendite finanziarie dal 17% fino al 26% per le Casse di previdenza c.d. private [oltre 2 milioni di liberi professionisti intellettuali (avvocati, notai, medici, architetti, ingegneri, commercialisti, consulenti del lavoro, giornalisti etc.) che producono circa il 7% del Pil italiano e che fondano l’intera professione sul proprio rischio e capacità, pagandosi interamente le proprie pensioni] e per i fondi complementari, contestualmente con metodi sostanzialmente “mafiosi” consentendo loro di alleggerire tale salasso solo nel caso in cui investano in favore dell’Italia?; f) perché in materia di pensioni lo Stato continua a sfornare riforme, riformicchie e pastrocchi senza voler risolvere definitivamente palesi disuguaglianze e rendite di potere?

Stiamo discutendo di qualcosa come circa 400 miliardi di euro annui di spesa erogati per le pensioni da parte dell’Inps a circa 20 milioni di pensionati. Oltre ai numeri importanti che interessano le cd. pensioni interamente private (Casse previdenziali c.d. private) che però si sostengono da sé. Non di quisquilie.

Quanto al prelievo fiscale, ricordiamo uno studio della Pmi di un anno fa secondo cui “le tasse sulle pensioni in Italia sono follemente più alte che nel resto d’Europa: su una pensione di 1.500 euro (tre volte il minimo) si pagano in Italia 4.000 euro annui contro 39 euro in Germania (nessun errore: 39 euro contro 4mila), 1.700 in Spagna, 1.400 in Gran Bretagna e 1.000 in Francia. Dall’indagine (…) emergono due differenze fondamentali tra la previdenza italiana ed europea: – detrazioni sui redditi da pensione – al contrario degli altri paesi, in Italia sono più basse di quelle dei dipendenti (che quindi pagano più tasse); – agevolazioni fiscali – al contrario degli altri paesi, in Italia sono sconosciute mentre altrove arrivano ad azzerare le tasse sulle pensioni. (…) Un pensionato italiano che prende 750 euro al mese è l’unico a pagare le tasse (il 9,17%) mentre un “collega” francese, tedesco, spagnolo e inglese non paga nulla. Chi prende 1.500 euro al mese, in Italia paga comunque almeno il doppio (20,73%) di tasse rispetto a Spagna (9,5%), Regno Unito (7,2%), Francia (5,2%) e Germania (0,2%).”

Perché non proporre dunque di eliminare interamente il gettito fiscale sulle pensioni erogate perlomeno sino ad un certo importo (€ 2.000/3.000 ad es.), così da incrementare la redditività degli italiani?
Perché non proporre dunque di intervenire legislativamente sul principio aberrante, e palesemente contrario al principio di uguaglianza, dei diritti acquisiti?
Perché non proporre di agevolare l’assistenza per gli Enti pensione, invece di tassarla come avviene oggi?
Forse tali proposte son però troppo di “sinistra” o troppo socialdemocratici per lei Twitt-attore.

Per lei valga l’adagio: ai post-eri l’ardua sentenza.