Non ci è dato sapere se Matteo Salvini abbia già commentato il video e il nuovo singolo di Colapesce, Maledetti italiani, ma di certo una sua esternazione in merito sarebbe oltremodo gustosa. Protagonista un bambino deliziosamente grassoccio, uno dei tanti italiani di seconda generazione, che metodico e pacato imbraccia motoseghe, lame, asce, archi e frecce e altri fantasiosi strumenti di tortura per sbrindellare le immagini di italiani illustri e molto meno illustri. D’Annunzio e Barbara D’Urso, Matteo Renzi, Flavio Briatore e Luigi Tenco, Asia Argento e Giulio Cesare, Michelangelo e Paolo Brosio. Il meglio e il peggio, l’alfa e l’omega, nel bene o nel male essenza di un’italianità da azzerare per sperare, forse, un nuovo inizio. Il siciliano Colapesce, al secolo Lorenzo Urciullo, torna a due anni di distanza dall’album Un meraviglioso declino, vincitore nel 2012 del Premio Tenco, con un brano provocatorio e irriverente, che anticipa il nuovo album (il titolo è top secret) in uscita nel 2015. Un album, ci racconta, per il quale si è messo in gioco come mai aveva fatto in passato. Due anni di lavoro, quaranta brani composti sottoposti poi ad un accurato lavoro di scrematura, selezione e sottrazione.

“L’Italia da sempre utilizza il suo passato e le figure che hanno reso il nostro paese immortale per giustificare il declino in cui anneghiamo da decenni. Come se essere stati la culla del rinascimento fosse un salvacondotto per la corruzione”

Il brano Maledetti italiani è stato pubblicato ad album non ancora chiuso: lo accompagna un’immagine di Toto Cutugno sormontata da un quadrato bianco, omaggio a “The next day” di David Bowie, che sottoponeva allo stesso trattamento grafico uno dei suoi album più celebrati, Heroes. “Bowie, un artista che amo da sempre” racconta Lorenzo Urciullo alias Colapesce “con quella copertina ha voluto smitizzare il proprio imponente e glorioso passato, che è poi uno degli argomenti di cui parla Maledetti italiani. Toto Cutugno è l’icona dell’italiano vero e di un’Italia in cui, fortunatamente, gli italiani veri sono sempre meno”. La furia iconoclasta del piccolo protagonista del video non risparmia nessuno, nemmeno lo stesso Colapesce, la cui fotografia è la prima a bruciare nel rogo di volti che chiude il video, mentre il brano dispiega in una melodia lenta un atto d’accusa senza possibilità di redenzione ad un popolo narcotizzato e arreso, i cui unici momenti di fiero risveglio sono al massimo legati all’annuncio di nuovi sconti da Zara. “L’Italia da sempre utilizza il suo passato e le figure che hanno reso il nostro paese immortale per giustificare il declino in cui anneghiamo da decenni. Come se essere stati la culla del rinascimento fosse un salvacondotto per la corruzione, la mafia, e tutte le nefandezze che da sempre caratterizzano l’Italia agli occhi del mondo” ci dice Lorenzo. Anche lui un “maledetto italiano”: “non mi sento migliore né peggiore di nessuno, appartengo a quella generazione che è cresciuta sotto i colpi del berlusconismo, nata già arresa e diventata grande con la consapevolezza di non avere un futuro”. Distruggere tutto, per poi ripartire, dice il cantautore, diventa quindi necessario.

Non risparmia le sue stoccate, Colapesce, anche ad una certa sinistra italiana “fintamente terzomondista”

Un video da cui mancano, significativamente, coloro che primi fecero questa Italia alla deriva, i protagonisti del Risorgimento: “Nella prima take del video era presente anche Cavour, e volevamo che il protagonista fosse vestito da Garibaldi, c’era anche un calendario fermo al 25 aprile” racconta Colapesce. “Poi abbiamo cambiato idea: un po’ per questioni di montaggio, un po’ perché l’immagine di Francesco, italiano di nuova generazione, nato e cresciuto a Catania, era già forte così e non aveva bisogno di essere ulteriormente edulcorata”. Sembra emergere il senso di tradimento tutto siciliano per la mancata promessa che fu la costituzione del Regno d’Italia. “Non rispondo” dice il cantautore “o viene fuori che Colapesce è un separatista convinto, fan di Antonio Canepa (il fondatore, nel 1945, dell’Esercito Volontario Indipendenza della Sicilia, ndr)e del MIS. Posso solo far riflettere sul fatto che siamo nell’ora del tramonto, al vespro. Come vedi, tutto torna”. Non risparmia le sue stoccate, Colapesce, anche ad una certa sinistra italiana “fintamente terzomondista”: “non ho scelto Francesco con l’idea di fare un video che parli d’integrazione, del “siamo tutti italiani”. Ci facciamo ancora belli di concetti come quello dell’integrazione per poi dimostrarci sempre più chiusi e scettici verso qualsiasi cosa non corrisponda perfettamente ai nostri canoni. D’altronde” continua Lorenzo “il nostro paese è quello dove “con gli immigrati si fanno più soldi che con la vendita di droga”, ormai non mi stupisco più di niente”.

“In Italia non ha alcuna valenza politica la politica stessa, figuriamoci Cattelan, Sorrentino, Brunori o Colapesce

Non sono mancati commenti gustosi al video. “Custodisco gelosamente decine di screenshots dei migliori commenti” racconta Lorenzo: “Chi mi ha accusato di sfruttamento minorile, chi ha avvertito il video come una specie di minaccia, della serie “arrivano questi immigrati e vogliono farci a pezzi!”. Cose incredibili, insomma”. Sì, perché l’arte può avere valenza politica in un momento di crisi, creare scompiglio mediatico, ma siamo ben lontani dall’epoca dei Rossellini, De Andrè e Guttuso. “In Italia non ha alcuna valenza politica la politica stessa, figuriamoci Cattelan, Sorrentino, Brunori o Colapesce” chiosa Lorenzo. “A nessuno verrebbe in mente di fare un quadro gigante sul funerale di un politico, come fece Guttuso con Togliatti, o comunque non avrebbe lo stesso impatto sociale di 40 anni fa. Se fossimo in Russia ti avrei risposto “come no, pensa alle Pussy Riot” ma non è il nostro caso. Te le immagini le Pussy Riot in Italia? Come minimo verrebbero invitate dalla D’Urso su “Pomeriggio cinque” dopo la “veggente Pina”  e prima di un parente lontano del piccolo Loris”. Una riflessione piuttosto amara per un ragazzo nato nel 1983, termometro attendibile di un sentimento diffuso di immobilità e senso di vuoto. “Sono convinto che l’artista dovrebbe sempre mettersi in prima persona o essere vettore di un certo sentire. Dovrebbe, ripeto” conclude Lorenzo, “ma non posso fare a meno di notare che oggi ci mettiamo in prima persona solo quando si tratta di farci i selfie”.