Un altro anno va via, tempo di tirare le somme e guardare speranzosi al 2015, questo esigono le nostre abitudini. Il tripudio di botti e di auguri è in arrivo, nessuno scamperà, volente o nolente, all’evento. Io ci provo da qualche anno, ma diventa sempre più difficile parlare alla gente, che ha bisogno di distrarsi e di non pensare, ma le feste rendono tutti più buoni o meglio rendono tutti più speranzosi.

Niente è così relativo come il concetto di bontà (se non il suo opposto, la cattiveria), ma della speranza c’è un bisogno assoluto, essa fa quasi da livellatore rendendoci tutti uguali, dato anche che i problemi del nostro tempo ci accomunano. Non che ci sia nulla di male nel celebrare le feste, nutro profondo rispetto e ammirazione per chi riesce a carpirne ancora il sacro insieme ad una ritualità disgiunta da aspetti consumistici e infantilmente magici. La spiritualità è cibo per le menti, di solito però le feste sembrano destinate a diventare pretesto per annebbiarsi il pensiero, convinti, per qualche giorno, che tutto magicamente cambierà.

Su Facebook, in questi giorni, imperversano dei resoconti annuali degli utenti attraverso un post che è una sorta di catalogo mediale di foto dell’anno che sta per volgere al termine. La dicitura del post recita: “E’ stato un anno meraviglioso! Grazie di aver contribuito a renderlo tale”, espressione identica per tutti, nel pieno spirito di omologazione natalizia e non. La questione non è che Facebook decida che il nostro anno sia stato meraviglioso, ringraziando la pletora di persone che ogni utente ha come “amico” e scegliendone i momenti più significativi, ma che questo venga dalla maggior parte delle persone approvato.

Di problemi il 2014 ne ha portati per gli italiani, per le famiglie, per i lavoratori, per i giovani e i non più tanto giovani, per i genitori anziani che consumano la loro pensione per aiutare i figli precari invece di godersela dopo aver passato una vita a lavorare. Niente che il 2013 e gli anni precedenti non avessero lasciato intuire da quando viviamo in tempi di crisi. Correva l’anno 2008 quando questa parola prese piede  nel nostro immaginario quotidiano e poco dopo si piazzasse a gambe tese tra noi ed il futuro.

I giovani cominciano a diventare meno giovani, ma lo stato di precarietà non cambia, ci si abitua perché l’alternativa sarebbe un’angoscia perpetua, meglio assumerla in pillole, proprio come in pillole è la serenità che queste feste possono dare a chi da questa crisi ha visto spazzare via sogni e le pur sempre labili, ma sane, certezze che si potevano avere anche solo un 10-15 anni fa.

Per il nuovo anno, tra i soliti poco utili e folcloristici propositi, magari si potrebbe mettere in cantina la parola crisi quando vogliamo parlare del nostro oggi. Una crisi ha la caratteristica di essere transitoria, questa non lo è, sembra godere di ottima salute, almeno fino ad un collasso economico-sociale o ambientale (che dubito purtroppo avverrà nel 2015, ahimè, altrimenti festeggerei anche io, toccato il fondo si risale). Non siamo in tempi di crisi, la crisi è il nostro tempo.

Questo è il mio augurio per tutti, una bella dose di realtà perché solo rendendole giustizia saremo in grado di cambiarla. Non abbiamo bisogno che cambino gli anni, ma che cambino le persone e gli anni forse non passeranno come occasioni perdute. Forse in fondo sono proprio io quello che spera nelle magie…