David Bowie nella sua cinquantennale carriera ha pubblicato una quantità di compilation quasi doppia rispetto agli album in studio. “Nothing Has Changed” – uscita su etichetta Parlophone – viene presentata come la “raccolta definitiva” e in tre dischi (due nella versione standard) ripercorre i successi del “Dandy di Brixton” dal 1964 al 2014, aggiungendo anche canzoni inedite come i tre brani che in origine dovevano far parte dell’album mai pubblicato “Toy”: Let Me Sleep Beside You” (1970) che venne ri-registrata per “Toy”, “Your Turn to Drive” e l’outtake “Shadow Man” (1971).

 Ad aprire i giochi ci sono i sette minuti di vorticoso jazz di “Sue (or in a Season of Crime)”, non si tratta di jazz sperimentale ma di un nuovo colpo di genio di Bowie

La raccolta ha una costruzione cronologica che procede in senso inverso, si parte dagli ultimi album per terminare con il primo singolo d’esordio a nome David Bowie, “Can’t Help Thinking About Me” (1966). Ad aprire i giochi ci sono i sette minuti di vorticoso jazz di “Sue (or in a Season of Crime)”, non si tratta di jazz sperimentale ma di un nuovo colpo di genio di Bowie che ancora una volta dimostra di saper afferrare peculiarità di altri artisti e generi, per poi fonderli donandogli il proprio segno distintivo. Si continua con la struggente “Where Are We Now” tratta da “The Next Day” (2013), disco arrivato a dieci anni di distanza dall’ultimo album di inediti. Dello stesso album sono anche “The Stars (Are out Tonight)” e “Love Is Lost (Hello Steve Reich)” pubblicata in versione alternativa con il missaggio di James Murphy che si lascia ispirare da “Clapping Music” di Reich e dai suoni dei Kraftwerk, migliorando notevolmente il carattere della versione originale.

In tre dischi vengono raccolte quasi sessanta canzoni e tracciare un profilo per ognuna appare impresa impossibile visto l’arco di tempo coperto. Si tratta di una carriera caratterizzata da formidabili intuizioni e vertiginose cadute iniziate con la svolta pop-dance dell’album “Let’s Dance” (1983), in questa raccolta presente con la title track, la cover di Iggy Pop “China Girl” e “Modern Love”. Questo viaggio sonoro a ritroso nel tempo tratteggia il ritratto di un artista che ha sempre cercato di immergersi in ogni forma artistica, di tendenza e non. Le sue radici e i suoi esordi sono ancorati nel folk: Bowie nasce come folk singer ma i suoi interessi sono molteplici e includono forme di arte diverse dalla musica che verrano fuse assieme fino a creare una forma di “arte globale”.

Dal 1976 inizierà una nuova fase di notevole creatività per l’artista inglese, che culminerà nella cosiddetta “Trilogia berlinese” – “Low”, “Heroes”, “Lodger”

Dopo gli iniziali passi incerti – “David Bowie” e “Space Oddity” – arriva il primo disco con un carattere definito, “The Man Who Sold The World”, che in questa raccolta ritroviamo solo con la title track. Inizia con il glam-rock del successivo “Hunky Dory” uno dei due periodi di assoluta e perfetta creatività per Bowie, il quale darà vita ad una serie di personaggi che con il concept “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars” raggiungerà una delle vette migliori. Dal 1976 inizierà una nuova fase di notevole creatività per l’artista inglese, che culminerà nella cosiddetta “Trilogia berlinese” – “Low”, “Heroes”, “Lodger” – in questa raccolta purtroppo omaggiata in piccolissima parte. La “Trilogia berlinese” sancisce il sodalizio con Brian Eno, il quale contribuirà anche con le sue consuete “Strategie Oblique”. Il singolo di maggior successo “Heroes” è allo stesso tempo anche un’autentica gemma di sperimentazione: c’è il sintetizzatore di Eno, un peculiare suono di chitarra creato da Robert Fripp – che gioca con il controllo del feedback – e la mano di Visconti che oltre ad unire le tre linee di chitarra create da Fripp, registra la voce di Bowie posizionando i microfoni nel fondo della grande sala da concerto dello studio di registrazione Hansa (Berlino occidentale), creando così un particolare eco. “Heroes”, a dispetto di quanto si narra, non si riferisce all’amore di due ragazzi ai piedi del muro di Berlino, ma racconta la debolezza del produttore Visconti – all’epoca sposato – nei confronti della corista Antonia Maass.