La politica non si decide, ma ne avrebbe solo vantaggi. La legge sulla regolamentazione delle lobby in Italia sonnecchia in commissione Affari costituzionali a Palazzo Madama. Il governo Renzi a parole dice di voler procedere con un ddl, ma tra riforma del Senato, Jobs act e legge elettorale non è dato sapere quando arriverà in Aula. Il senatore Francesco Campanella, ex M5s e ora nel gruppo Misto (Italia lavori in corso) è il relatore incaricato di mettere insieme i diversi testi presentati. Nell’attesa, le iniziative alternative di finanziamento dei partiti, come le cene renziane, non fanno che rimettere in circolo un sottobosco che rema contro. L’Italia però di una regolamentazione delle lobby ne avrebbe particolare bisogno: a dirlo è il Barometro globale sulla corruzione di Transparency International, “il 70% degli italiani pensa che il governo sia in larga misura, se non del tutto, guidato da poche grandi organizzazioni che agiscono unicamente secondo il loro interesse”.

Il percorso è decisamente in salita, perché sono in tanti a remare contro. In prima linea per il mantenimento dello status quo ci sono i lobbisti “vecchia maniera”. Quelli cioè che amano lavorare nell’ombra e si contrappongono ai “professionisti” che si dichiarano apertamente. La categoria è seguita a ruota da una carrellata dei personaggi piuttosto ampia e variegata: ci sono ex politici come Italo Bocchino, che secondo l’onorevole M5S, Luigi Di Maio, è lobbista per conto dell’azienda napoletana Romeo. E poi ancora giornalisti, parlamentari in pensione, rappresentanti delle aziende pubbliche, deputati oggi in Parlamento e persino potenti associazioni di categoria. Fra queste Confindustria e le organizzazioni sindacali che non hanno gradito, per esempio, la recente introduzione alla Camera di un regolamento che limita i pass di libero accesso al Palazzo. “Non riesco a capire perché chi fa lobby in questo Paese non possa fare come faccio io: quando devo incontrare qualcuno in Parlamento, mi registro all’ingresso con un documento e comunico dove sto andando e chi incontrerò alla luce del sole”, si lamenta un lobbista. La risposta a questo interrogativo la dà Trasparency international Italia, spiegando che “il contesto socio-politico e culturale ha sicuramente contribuito a creare un sistema di lobbying ad personam”. Un meccanismo che purtroppo lascia spazio ad ampie zone di grigio in cui proliferano fenomeni al limite della corruzione.

I partiti però dovrebbero essere interessati più che mai ad una legge che regoli il settore, visto che hanno bisogno di massima trasparenza per recuperare terreno nei confronti di un’opinione pubblica sempre più critica verso di loro. E sempre meno disposta a contribuire finanziariamente al suo sostentamento, costato alle casse pubbliche 2,7 miliardi in vent’anni (91 milioni nel 2014, in base ai dati di Openpolis). “Nel 2017 il finanziamento pubblico ai partiti scomparirà completamente”, dice Giuseppe Mazzei, presidente dell’associazione Il Chiostro, attorno alla quale ruotano oltre sessanta lobbisti “professionisti”. In vista di questa scadenza, “se io fossi tesoriere di un partito, avrei oggi tutto l’interesse a promuovere una legge finalizzata a escludere che eventuali finanziamenti privati possano essere considerati nei fatti e di diritto come il corrispettivo di una qualsivoglia prestazione”, precisa. Evidenziando come in futuro saranno molto rilevanti la fiducia e il supporto del cittadino nei confronti dei partiti. “Il problema però è che l’Italia non è come gli Stati Uniti, dove ci sono tantissimi piccoli contributi che vengono direttamente dagli elettori, oltre ai grandi finanziamenti delle aziende per la sola campagna elettorale”. Difficile quindi immaginare che i partiti del Paese possano vivere domani solo di contribuzione volontaria dei cittadini – lo 0,2% dell’imposta sul reddito dal 2015 – e di contributi privati, che comunque non potranno superare la soglia dei 100mila euro l’anno. A meno che non riescano a convincere un maggior numero di cittadini-elettori a sostenerli. Non a caso il Pd si è lanciato con successo nella raccolta fondi attraverso le cene di finanziamento che il tesoriere Pd, Francesco Bonifazi, ha organizzato assegnando precisi “obiettivi di raccolta” ai parlamentari del suo partito.

Per i lobbisti però il meccanismo delle cene non è cristallino. Principalmente perché non c’è trasparenza nei rapporti: se è vero che i nomi di tutti i finanziatori del partito saranno resi noti nella rendicontazione annuale, non sarà, però, possibile distinguere negli elenchi i semplici simpatizzanti del partito dai lobbisti che partecipano alle serate per promuovere gli interessi di un determinato gruppo di potere. Il Chiostro già da otto anni ha un divieto esplicito di finanziare direttamente o indirettamente la politica. “Il lobbista non deve partecipare alle cene della politica perché quella è una raccolta fondi per finanziare il partito. E questo non fa parte del lavoro del lobbista, che deve invece rappresentare alla politica alcuni interessi su argomenti specifici. Con regole chiare si può anche immaginare che eventuali approfondimenti su tematiche specifiche fornite dal lobbista ai parlamentari vengano pubblicate direttamente in rete, con nomi e cognomi, in totale trasparenza, per stimolare un più ampio dibattito nell’interesse comune”, continua Mazzei. Il messaggio insomma è chiaro: le lobby moderne non hanno paura di una legge che le regolamenti. I partiti nemmeno, ma un sottobosco di politici e lobbisti di relazione “vecchia maniera” invece decisamente sì.