L’ultima a essere colpita è stata Barbara d’Urso, raggiunta da una denuncia dell’Ordine dei Giornalisti per abuso di professione. L’accusa è di avere svolto –malamente, sembra intendersi dall’accusa – un’intervista, intesa come atto tipico e quindi riservato di una professione riconosciuta.

Somiglia questa vicenda all’affaire Uber, l’“app” per smartphone che promette di “sostituire” il servizio taxi con un’auto con conducente, il quale può però nella versione “pop” dell’app essere anche un uomo comune, non un driver professionista, con conseguenze descritte (dai tassisti) come potenzialmente dannose per i clienti.

Con inquietante regolarità questi nuovi presunti abusivi si affiancano alla legione di “tradizionali” finti medici e soprattutto finti dentisti, di solito odontotecnici, che commettono il reato di “esercizio abusivo di professione” sanzionato dall’articolo 348 del Codice Penale.

Per non parlare della moltiplicazione dei nomi con cui vengono battezzate “nuove” professioni. Tra quelle normate dall’UNI ad oggi troviamo tra gli altri i tributaristi, i patrocinatori stragiudiziali, i naturopati, gli esperti di impianti a gas. Molte di queste attività vengono di volta in volta accusate di sovrapposizione ad altre professioni.

E’ ciò che molti psicologi dicono del fenomeno del “counseling”, esploso in Italia proprio da quando la legge ha impedito a chi ritenesse dotato di particolari doti naturali di sensibilità di definirsi psicologo. Ebbene la soluzione c’è. Il counselor si forma attraverso scuole di durata libera e variabile, anche di un solo fine settimana. Così chi si sente solo un po’ psicologo può finalmente realizzare le proprie ambizioni professionali, almeno fin che tutto procede liscio.

Il tema dell’abusivismo è culturale. Ecco perché le battaglie contro gli abusivismi rischiano spesso di avere un retrogusto d’antan, obsoleto, in contrasto con un ideale di individualismo meritocratico. Si cerca e si accetta solo la legge, la scienza, l’istituzione che aiuta a realizzare i propri desideri, il resto è obsoleto, è nemico. È la filosofia dell’“ad personam”.

Willy Peric è un serbo che per una vita intera ha esercitato la professione medica in Svizzera, e che proprio in questi giorni risponde di esercizio abusivo di fronte alla magistratura elvetica. Nella prima udienza, il giudice ha chiesto all’imputato: “Lei è medico?”. “Sì” ha risposto. “Conosce le condizioni per esercitare la professione in Svizzera?” “Devo conoscere la materia, soprattutto l’igiene” – ha risposto Peric.

La modernità è un tempo in cui si vuole spesso sfuggire ai propri limiti, creare occasioni. In questa ottica la competenza, la performance, l’esibizione di un risultato è la sola cosa che conta. Il “se lo so fare, perché no?” rappresenta una posizione pragmatica, iper-tecnica, che nega la complessità, la fatica, il tempo necessario per una buona formazione globale che porta poi ad esercitare qualunque professione. Vedo già con sgomento adolescenti nativi digitali esperti di videogame intenti a svolgere delicati interventi chirurgici con il gamma-knife.

Ci confrontiamo – e ci confronteremo – invece sempre più con la tentazione di un “abusivismo” come posizione del “perché no?”, negazione pervicace e capricciosa dei propri limiti e del tempo. Piuttosto di ammettere la propria non-onnipotenza, c’è chi preferisce presentarsi con un avatar professionale, uno Zelig grottesco, rappresentazione vivente magicamente realizzata di quello che si vuole essere: medico, psicologo, giornalista, tassista.

Secondo Freud però ciò che consente la convivenza umana è solo ‘la sicurezza che l’ordine non sarà infranto a favore di nessuno’. Non ci può essere legge ad personam per ciascuno. Mai come oggi allora si sente il bisogno di un’istituzione che abbia il coraggio di rivendicare la sua funzione di garante, che richiami ai propri limiti e al rispetto del tempo che scorre l’individuo recalcitrante, cultore infaticabile dell’illusione della propria onnipotenza, abusivo più per cultura che per scelta.