acid baby jesusBand nata nel 2009 ad Atene, gli Acid Baby Jesus si formano, come spesso accade, per combattere la noia in un periodo reso drammatico dalla crisi economica che ha messo in ginocchio gran parte del Paese. Dopo un esordio in sordina, un disco passato sottotraccia, la band ha da poco presentato il suo secondo album intitolato Selected Recordings (Slovenly) che è una delle più belle produzioni indipendenti di questo 2014 che volge al termine. Il disco, uscito anche in vinile, somiglia a uno scarno catalogo di favole bizzarre, talvolta visionarie, sbilenche, cantate con voce monocorde a tal punto da ricordare il pinkfloydiano “diamante pazzo” Syd Barrett.

Composto da undici brani, è stato registrato dopo un anno di reclusione su un’isola del Mediterraneo: la scomparsa della band dalle scene aveva persino dato adito ad alcuni rumors su un loro possibile scioglimento. E invece gli Acid Baby Jesus erano intenti a fare i loro esperimenti sonori, psicotropi e psichedelici, da cui sono scaturiti questi brani che a tratti paiono essere poco più di grezzi demo, da cui emerge un talento instabile, deviato volontariamente ogni qualvolta si intravvedono percorsi melodici consueti. Motivi appena accennati, zoppi, eppure animati da un fascino fosco che in pochi sanno eguagliare. Facile immaginare una grande pedana da ballo gremita da centinaia di persone vestite con abiti estatitici, rilucenti di pailletes e dai colori iridescenti, sotto luci stroboscopiche che lampeggiano in base ai ritmi cangianti.

Ragazzi mi parlate di questo Selected Recordings?
Abbiamo scelto questo titolo perché non è esattamente un disco registrato da una band che entra in studio per registrare un Lp. Si tratta per lo più di sessioni di registrazione ed emozioni sparpagliate in un vasto periodo di tempo. Il disco è stato registrato in due anni e durante questo lasso di tempo ci sono stati molti cambiamenti per noi. Abbiamo addirittura pensato di scioglierci diverse volte e non abbiamo suonato insieme per circa un anno. Tutti i nostri amici che ascoltavano le registrazioni ci incoraggiavano a finire il disco, cosa che abbiamo fatto e di cui siamo molto soddisfatti. Alla fine abbiamo selezionato alcune canzoni e messe in sequenza in maniera tale che suonassero come un disco e pensiamo di esserci riusciti. I testi sono molto personali e spesso sono intrisi di una visione mitologica. Abbiamo usato la tecnica del cut up in alcune canzoni e molte delle frasi usate sono di provenienza casuale, tanto che non ne ricordiamo nemmeno il riferimento. A livello di testi e contenuti quindi il disco è dappertutto, ma è anche molto personale e secondo noi ha sempre senso.

Mi raccontate anche l’esperienza di clausura che avete vissuto sull’isola sperduta nel Mediterraneo?
A questo punto l’isola è diventato più uno ‘stato mentale’ piuttosto che un luogo vero e proprio. È qualcosa di molto simile a un’odissea personale in cui ognuno di noi è entrato e dalla quale è tornato, portandosi dietro nuove conoscenze. Una cosa è sicura: è stato un anno veramente duro per noi, ma siamo felici di averlo superato.

Quali sono le ambizioni legate a questo disco?
Innanzitutto speriamo che le persone apprezzino la nostra musica e che riescano a ‘sentirla’ tanto quanto la sentiamo noi. Questo sarebbe un grande traguardo.

Verrete in Italia per presentare il vostro lavoro?
Verremo molto presto! Amiamo i nostri vicini italiani e non vediamo l’ora di mangiare cibo italiano e bere il divino caffè espresso!