Ogni nuovo progetto di Cristian Chironi suscita curiosità ed aspettative perché se c’è un artista mai banale, che sa giocare in modo eclettico con diversi linguaggi, è questo sardo trapiantato oramai da un paio di decenni a Bologna che si sta facendo notare ed apprezzare anche a livello internazionale. Se inizialmente le sue performances erano lavori profondi e sofferti che lasciavano segni sulla carne, nel corso degli anni Chironi ha compiuto un percorso in virtù del quale si è progressivamente affrancato e aperto al mondo. La durezza e la severa austerità hanno lasciato via via trasparire prima un lieve sorriso e poi una dose di ironia sempre più accentuata fino ad esibire di recente una verve addirittura comica, pur mantenendo l’aplomb che lo contraddistingue. Se diamo uno sguardo ai suoi ultimi lavori, da “Poster” a “Rubik”, da “Cutter” a “Broken English” non si può non notare come egli abbia acquisito una vena sempre più pop ed un linguaggio sempre più universale, come se stesse cercando un nuovo esperanto del mondo globalizzato, ma conservando al contempo estrema raffinatezza e sottigliezza nei riferimenti e nelle suggestioni ed un legame sempre vivo e fervido con la cultura e la storia della sua famiglia e della sua terra natia.

Dal 7 al 25 gennaio, in occasione di Arte Fiera, nel contesto di Art City Bologna 2015, Cristian Chironi presenterà “My house is a Le Corbusier (Esprit Nouveau Bologna)”, un progetto sostenuto dalla Fondation Le Corbusier di Parigi in collaborazione con MAMbo, Xing e Regione Emilia-Romagna. L’idea alla base del suo nuovo progetto è a suo modo geniale: trascorrere un periodo di residenza nelle numerose abitazioni progettate dal grande architetto francese in giro per il mondo. Prima tappa il Padiglione Esprit Nouveau di Bologna, originariamente realizzato da Le Corbusier a Parigi nel 1925 e ricostruito nella zona fieristica del capoluogo emiliano nel 1977.
Abbiamo incontrato Cristian Chironi per comprendere più a fondo la natura ed il significato di questa nuova ed affascinante operazione che da un lato segna senza dubbio una tappa importante nella sua carriera artistica ma che contemporaneamente assume anche una valenza sociale e culturale per tutta la comunità.

“Questa esperienza non è solo una performance: è al contempo opera work in progress, cantiere d’idee, ricerca, didattica, mostra oltre che residenza”

Parliamo della genesi di questa performance. So che il filo narrativo ci conduce indietro nel tempo, in Sardegna, ad Orani, e ad una amicizia tra l’artista sardo Costantino Nivola e lo stesso Le Corbusier. Raccontaci questa storia affascinante…
Questa esperienza non è solo una performance: è al contempo opera work in progress, cantiere d’idee, ricerca, didattica, mostra oltre che residenza. Nivola e Le Corbusier si sono conosciuti a New York fortuitamente ed è nata una collaborazione ed amicizia che è durata nel tempo e che ha coinvolto per varie vicissitudini il mio paese d’origine, che è lo stesso di Costantino Nivola. Da Orani proviene anche il “maestro del muro” Salvatore Bertocchi, introdotto a “Corbu” da Costantino “Antine” Nivola. Salvatore ha costruito la maggior parte delle case del grande architetto, aiutandolo anche in alcune considerazioni pratiche. Da sempre in paese ci sono ottimi cementatori ed architetti “incompiuti”, nel senso che spesso le case si finiscono “a metà”, per necessità o situazioni di comodo. Si dice che negli anni sessanta arrivò un progetto firmato da Le Corbusier ma non fu realizzato perché incompreso: non era stato capito perché senza porte e finestre e più simile ad un tugurio.

Come si inserisce “My house is a Le Corbusier” nel progetto OPEN, di cui “Broken English”, il tuo precedente lavoro, costituisce il primo capitolo? Leggendo una lettera che Costantino Nivola ha spedito nel 1957 al suo caro amico “Corbu” ho pensato che avresti potuto chiamare questo secondo step “Francais Cassé”…
Sia nell’uno che nell’altro c’è un incomprensione di codici e si procede nella costruzione per modifiche o varianti. Oltre che dall’individuazione di una serie di episodi linguistici, i progetti traggono spunto da fatti realmente accaduti e che ruotano da una parte attorno alla figura di Benjamin Piercy, ingegnere gallese noto per aver realizzato la rete ferroviaria della Sardegna e che abitò per anni in una villa immersa in un giardino all’inglese al centro dell’isola, e dall’altra intorno alla figura di Nivola: nello specifico la famiglia del fratello “Chischeddu”, che non comprese bene le indicazioni contenute nel progetto di Le Corbusier.

“Broken English” scaturiva dall’emersione di alcune domande fondamentali: una società che possiede diverse lingue, dunque diverse forme di espressione, è più o meno forte, più o meno ricca, di una società che ne possiede una soltanto? È ipotizzabile l’esistenza al mondo di una sola lingua, di un solo mercato, di una sola moneta?
“My house is a Le Corbusier” intreccia nuovamente riflessioni su aspetti linguistici fondativi e sulle conseguenti implicazioni socio-economiche. Approfitto per ringraziare il direttore del MAN (Museo d’Arte Provincia di Nuoro), Lorenzo Giusti, per la fiducia con cui mi ha sostenuto in questi passaggi.

Cosa ti lega idealmente ed artisticamente a Le Corbusier oltre a queste coincidenze? Qual è a tuo parere la sua impronta sul mondo d’oggi e la sua più grande eredità? So che c’è una liaison con La Fondation Le Corbusier e proprio a Parigi proseguirà la tua originale operazione…
Un’attitudine a confrontarsi con diversi media e discipline, l’ossessione nella cura dei particolari. Comincio a conoscere sempre meglio questa “persona” che, contrariamente a quanto talvolta si scrive, è contraddistinta da una grande umanità e simpatia. Il lavoro di Le Corbusier è patrimonio di tutti e dobbiamo averne cura. Nel 2015 ricorre il cinquantenario dalla sua morte e il mio progetto vuole essere anche un saluto a questa figura ad oggi per me così importante. Credo che il suo pensiero ben si evinca leggendo opere come “La casa degli uomini” o “Maniera di pensare l’urbanistica” e suggerisco inoltre di visitare le opere abitabili per comprendere bene l’eredità che ha lasciato: al loro interno i muri si muovono insieme a te. Sono borsista per le arti visive presso la Fondation Le Corbusier e ho deciso, grazie al loro supporto, di percorrere una geografia all’interno di queste case pellegrine. Il direttore Michel Richard ha avallato la mia idea e ho un dialogo costante con l’architetto conservatore Bénédicte Gandini, che mi aiuta moltissimo dandomi ottimi suggerimenti. La seconda tappa sarà proprio all’interno dell’appartement-atelier all’ultimo piano dell’Immeuble Molitor, un edificio situato in rue Nungesser et Coli 24 a Parigi, nel XVI arrondissement.

“Ospiterò eventi, terrò lezioni di un corso dell’Accademia di Belle Arti, mangerò, guarderò film, dormirò e dovrò lavare i panni a mano dato che non c’è una lavatrice. Ti aspetto per un bere caffè, naturalmente”.

Visto che nel corso dell’ultimo decennio l’ironia è diventata sempre più un tratto distintivo dei tuoi lavori, volevi forse anche sfruttare e prendere in giro il concetto di “residenza artistica” con un’operazione come questa? Come trascorrerai le tue giornate durante la tua permanenza?
La tua domanda mi fa sorridere… Non ti darò una risposta completa. Il progetto mi piace perché mi permette libertà di ruoli e potrò vestire anche i panni dello spettatore, rimanendo semplicemente ad osservare. Nel corso di questa prima esperienza, all’Esprit Nouveau, a Bologna, in collaborazione con MAMbo, Xing e Art City, realizzerò alcuni lavori all’interno della casa, grazie anche al materiale di archivio messomi a disposizione dalla fondazione. Ospiterò eventi, terrò lezioni di un corso dell’Accademia di Belle Arti, mangerò, guarderò film, dormirò e dovrò lavare i panni a mano dato che non c’è una lavatrice. Ti aspetto per un bere caffè, naturalmente.

Volentieri, grazie… Siamo in un periodo di lotte sociali aspre per il diritto alla casa: sgomberi di case occupate, rivendicazioni, assalti ai centri d’accoglienza. Il processo di pauperizzazione ed emarginazione che coinvolge un numero sempre più ampio di persone ha riportato il discorso politico e sociale ai bisogni primari stessi, come quello basilare di avere un tetto. Quanto e cosa ha a che fare “My house is a Le Corbusier” con tutto ciò?
Avrà proprio a che fare con tutto ciò. “My house is a Le Corbusier” è una rivincita.

Come proseguirà il progetto? Davvero hai intenzione di abitare tutte le case di Le Corbusier nel mondo? Quanto durerà? Dove ti porterà? Non avrai più problemi di affitto e girerai il mondo gratis! C’est génial!
Le opere abitabili sono circa una trentina e sparse in dodici nazioni. Ho intenzione di legare il progetto al mio vivere. Non so bene quanto possa durare, sicuramente anni. Mi porterà in giro per Europa, India, America, Asia e Africa. Tutto questo fino a quando la Fondation Le Corbusier avrà la pazienza di sopportarmi.

“In “My house” uso con leggerezza e semplicità una grande figura quale è Le Corbusier: non ne sento il peso e mi serve da pretesto per comunicare suggestioni artistiche, esigenze sociali e atteggiamenti di vita”

Ti ha ispirato in qualche modo “Nowhere” di Marino Formenti? Oppure pensi che siano altre le suggestioni cui è riconducibile a livello concettuale questa tua nuova opera, al di là della vicenda storica che abbiamo ricostruito precedentemente? Quali sono i punti di questo immaginario tracciato che hai unito idealmente oltre che geograficamente?
“Nowhere” è un’opera molto bella a cui ho avuto la fortuna di partecipare ed il viaggio compiuto al suo interno è stato allo stesso tempo personale e condiviso: il pubblico ha avuto un ruolo importante e partecipe. Quest’opera, come altre, ha formato il mio approccio al modo di fare e intendere Arte oggi. In “My house” uso con leggerezza e semplicità una grande figura quale è Le Corbusier: non ne sento il peso e mi serve da pretesto per comunicare suggestioni artistiche, esigenze sociali e atteggiamenti di vita. L’idea del viaggio e del confronto con culture diverse mi affascina, così come la voglia di avere degli spazi di riferimento. Con la necessità, in entrambi i casi, di avere un rapporto con le cose attraverso l’esperienza diretta.