Trentamila arresti. Questi sono i risultati di due mesi di retate contro la prostituzione e il gioco d’azzardo nella sola regione della Cina meridionale del Guangdong. A darne notizia sono le stesse forze dell’ordine che annunciano che solo nella giornata del 15 dicembre sono state arrestate più di 3mila persone. Un giro di vite che era iniziato a febbraio dell’anno scorso, quando un giornalista della televisione di stato Cctv, aveva girato per i “night-club” della città di Dongguang con una telecamera nascosta. Un servizio che aveva valso alla metropoli meridionale la nomea di “capitale della prostituzione” e che aveva immediatamente fatto scattare una gigantesca retata ampiamente seguita dai media di stato.

All’epoca si ridicolizzò l’operazione: si erano utilizzati 6.500 poliziotti per appena 67 arresti e 12 locali chiusi. Sicuramente non un risultato abbastanza buono per il segretario del Partito del Guangdong, Hu Chunhua. Hu è uno degli uomini politicamente più potenti dell’intera Cina. Occupa uno dei 25 seggi del polititburo e addirittura alcuni lo segnalano già come uno dei potenziali successori di Xi Jinping alla guida della nazione nel 2023. A luglio di quest’anno la regione del Guangdong aveva quindi varato una serie di misure contro la prostituzione. Centri massaggi, saune e spa – luoghi informalmente noti per i servizi di “happy ending” – si sarebbero dovuti adeguare alle nuove leggi: niente sale private, niente porte chiuse a chiave o stanze senza finestre. Inoltre avrebbero dovuto istallare telecamere a circuito chiuso con l’obbligo di mantenere le registrazioni per almeno 30 giorni.

La campagna in atto contro la prostituzione va sotto il nome di “annientare il giallo”, un colore che in Cina è tradizionalmente associato con l’erotismo e la pornografia. Lo slogan e i metodi ricordano molto da vicino quelli utilizzati a Chongqing dal segretario di Partito Bo Xilai: “colipisci il nero”. Il principino – ormai condannato all’ergastolo – aveva fondato il suo consenso politico sulla lotta alla criminalità organizzata con numeri da record (9mila indagati e quasi 5mila arresti in dieci mesi). Ma la campagna si era rivelata solo un trampolino politico.

La stessa Ye Hainan, un’attivista per i diritti delle lavoratrici del sesso che ha spesso problemi con l’autorità per la potenza delle sue denunce, ha spiegato come in Cina esistano tre tipi di prostitute, tutte alla mercé dei poteri locali. C’è chi non ha abbastanza soldi per pagarsi una protezione e deve quindi sottostare ai ricatti più beceri da parte delle autorità. Poi ci sono le prostitute “semilegali” che pagano mazzette e hanno buoni contatti con la polizia. E al top le giovani e belle. Quelle che vestono bene e guidano macchine costose. Lasciano intendere che i loro clienti sono capaci di proteggerle più di mille poliziotti.

A prescindere dal Guangdong, il fenomeno della prostituzione è estremamente radicato in tutta la Repubblica popolare. Ragazze disponibili si trovano nella maggior parte di hotel, bar, karaoke, parrucchieri e centri massaggi. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità ci sono sei milioni di lavoratori del sesso in Cina, mentre altre stime fanno salire i numeri a 20 milioni. L’industria rappresenterebbe il 6 per cento del pil del paese. E molto spesso è un business che ruota attorno alle fasce più povere della popolazione: i lavoratori migranti. E la regione del Guangdong attira oltre il 20 per cento della popolazione migrante di tutto il paese.

di Cecilia Attanasio Ghezzi