Una foto che avrebbe compromesso la carriera politica di quasi tutti i ministri del mondo non ha, al contrario, impedito a Giuliano Poletti di ultimare la riforma del lavoro (il famigerato jobs act) e continuare a prendere in giro i lavoratori. “Il governo avverte i sindacati. Sul jobs act ci sarà dialogo ma non trattativa“. E’ questo il messaggio di venerdì dell’ex presidente di Lega Coop alle parti sociali: ”Illustrare le sue posizioni, discutere con le parti sociali, raccogliere le istanze e le sollecitazioni, ma sapendo che non ci sarà nessuna trattativa. L’Esecutivo prenderà le sue decisioni nel rispetto della delega”. Dialogo senza trattativa, “sapendo che non ci sarà nessuna trattativa”, si chiama diktat.

E chi è che continua ad imporre questi diktat che condizioneranno la vita e la dignità di milioni di italiani? Un uomo che in una foto è ritratto in una cena (a sua insaputa) con Salvatore Buzzi, la mente imprenditoriale di Mafia Capitale e braccio destro dell’ex Nar Massimo CarminatiLuciano Casamonica e altri personaggi chiave del cosiddetto “mondo di mezzo”. Nel resto di quel mondo “civilizzato” che Renzi ama spesso citare come suo punto di approdo per l’Italia, Poletti si sarebbe dimesso. Ma per questo servirebbe anche vivere in un paese in cui una stampa libera ed indipendente mettesse pressione sul governo.

L’unica risposta è arrivata dalla politica ed è stata un’interpellanza urgente presentata dal Movimento Cinque Stelle, a firma tra gli altri di Claudio Cominardi e del deputato Massimo Enrico Baroni, ignorata quasi totalmente dagli organi di informazione e dal ministro stesso che ha mandato in Aula una sottosegretaria a riferire. Il ministro era impegnato a Bruxelles e si sa quando l’Europa chiama, il Parlamento può attendere. Ma Poletti, e se vogliamo questo è l’elemento più incredibile di tutta la vicenda, su quella foto una risposta l’ha fornita. Non alla prima forza politica del Paese, con 9 milioni di persone rappresentate. Non a loro, ma a Saviano che gli chiedeva spiegazioni e il ministro e ex presidente di Lega Coop, attraverso una lettera su Repubblica, scriveva come: “Era dunque assolutamente normale che partecipassi alla cena organizzata dalla cooperativa sociale 29 giugno”. Normale per lui, inquietante per tutto il resto della cittadinanza.

Tuttavia per Poletti ora non si tratta solo di una foto, perché i retroscena tra lui e Buzzi, che il portavoce cinque stelle Baroni ha fatto intendere nel presentare l’interpellanza in Aula, sono emersi grazie ad un’inchiesta del Fatto, che ha portato alla luce come l’elemento di spicco di Mafia Capitale, Buzzi, avesse ottenuto un appalto da tre milioni di euro dal Ministero del Lavoro per il servizio delle pulizie. A questo punto Poletti si convincerà a fare quello che ogni persona con un minimo di etica comportamentale e senso di responsabilità farebbe, vale a dire dimettersi? Neanche per sogno. Dopo aver insultato lavoratori e sindacati con quelle dichiarazioni citate all’inizio, Poletti afferma ai giornali (perché l’Aula parlamentare non la contempla neanche) che le gare di affidamento “esulano dall’attività di indirizzo politico in capo al ministro”. Quindi non solo foto a sua insaputa, ma anche bando a sua insaputa. Scajola era un dilettante al confronto.

Con i media di regime (Corriere e Repubblica in particolare) che stanno facendo di tutto per insabbiare la questione, la domanda è cosa si possa fare a livello politico. Dopo aver snobbato la richiesta di chiarimenti avanzata dal Movimento cinque Stelle, l’ultima via che resta all’opposizione è quella di presentare una mozione di sfiducia individuale. Si tratta di un istituto non previsto direttamente in Costituzione ma il caso Mancuso del 19 ottobre del 1995 – l’unico caso di un ministro sfiduciato nel nostro Paese – dimostra come si sia affermato ormai nella prassi. La prima mozione di sfiducia risale al 1984, contro l’allora ministro degli Esteri Andreotti, cui fecero seguito molte altre, fino ai recenti casi di Lunardi, Fornero, Padoa Schioppa e Bondi. A dare ulteriore legittimità all’istituto, nel 1986 venne fatta una modifica all’articolo 115 del Regolamento della Camera, in cui si si precisava che la disciplina di sfiducia al governo “si applica alle mozioni con le quali si richiedono le dimissioni di un ministro”.

E’ l’ultima via da percorrere per il Movimento cinque Stelle per mettere spalle al muro una maggioranza che ha già avuto il coraggio di salvare Alfano per l’incredibile caso Shalabayeva, ma che deve ora essere chiamata a giudicare se, viste le circostanze, l’attuale ministro del Lavoro può continuare ad esercitare una professione, dalle cui decisioni pendono le sorti di milioni di italiani. Un voto, quindi, che potrebbe portare alla sfiducia di Poletti o annullare d’un colpotutta la retorica vuota fatta finora da Renzi dopo i casi di Expo, Mose e Mafia Capitale.