Sul palco una suora assatanata, la Beatrice dantesca, una donna in carriera che si nutre dei suoi operai, una vecchia sognatrice e un’adolescente crudele. Le Beatrici di Stefano Benni dà la parola a cinque donne per cinque monologhi in scena al Teatro Litta di Milano fino al 31 dicembre. “Siamo cinque stralunate attrici di strada che giocano a portare in scena il proprio personaggio – racconta l’attrice Valentina Virando – Un gioco che in realtà serve a nascondere la vera natura che le accomuna: sono delle licantrope obbligate a calarsi in altri ruoli, a volte spietati e terrificanti, ma pur sempre riconoscibili e tranquillizzanti per il mondo in cui siamo abituati a vivere”. Un testo nato da una regia collettiva di Benni e del Collettivo Beatrici per dare vita al “dark-side di questi personaggi, rompendo i cliché nei quali ognuno di noi inciampa relazionandosi con l’universo femminile – precisa Gisella Szaniszlò del Collettivo Beatrici – Pensiamo ad esempio a Beatrice Portinari, che nel nostro ricordo si riduce ad essere la donna angelicata citata da Dante. Benni ci restituisce la sua sensualità acerba e la sua voglia di ribellarsi alle imposizioni medioevali”.

Ma chi obbliga le donne in questi modelli? “I poteri dominanti attraverso i mass media. Poteri che in Italia sono in mano agli uomini – continua l’attrice Valentina Chico – Cosa vuole il maschio italiano? Che la donna sia condiscendente. Per questo la deriva del modello femminile non è altro che la penosa deriva di quello maschile, il cui segnale preoccupante è rappresentato dalla violenza sulle donne in crescente aumento”. Violenza che è incarnata anche dalla storia della Mocciosa, adolescente che per un banale litigio uccide la madre per poi avvertire le amiche di venire a casa sua per farsi riprendere dalla televisione. “La Mocciosa è vittima di un mondo in cui apparire è essenziale – racconta Beatrice Pedata, una delle cinque attrici sul palco – Grottesca? Forse. Divertente? Senza dubbio”. Cuore dello spettacolo, quindi, i cliché dentro cui sembra essere obbligata a vivere ogni donna? Ilfattoquotidano.it lo ha chiesto allo scrittore bolognese Stefano Benni.

Delle cinque donne in scena, quale modello femminile vorrebbe come amante?

Non mi fidanzo con i miei personaggi, volano via liberi. Il pezzo che amo di più è l’attesa, perché non ha tempo.

La Beatrice dantesca del suo spettacolo legge i tarocchi e fa riferimenti a un politico innominato. Chi è quel politico?
Era l’unico riferimento politico del testo e me ne pento. L’ho già cambiato.

Rispetto alla situazione politica italiana ha detto che “è come se ci fosse una maledizione”. Questa maledizione si è dissolta o è ancora presente?
La maledizione è arrivata, la bella si è addormentata. Ma non si sveglierà più.

Cosa pensa della parabola del Movimento 5 stelle?
Si potrà giudicarla tra una decina di anni.

La cultura è una battaglia di minoranza. E’ ancora così? Nel caso, qual è il premio di questa battaglia e contro chi si sta combattendo?
Sì, è sempre stata ed è e sarà di minoranza. Il premio è una meravigliosa, spaventosa libertà. Combatto contro gli MTV awards.

Ha detto più volte che essere di sinistra non basta. Oltre a non bastare, serve ancora?
Gli esempi, la dignità, l’attenzione agli altri servono ancora, da qualsiasi parte politica provengono.

Diciannove libri in trent’anni. Cosa si deve fare per nutrire la fantasia?
Basta fare una passeggiata ogni tanto.

Quale libro ha sul comodino e quale giornale in cucina?
Il libro è Rayuela (romanzo dello scrittore argentino Julio Cortázar, ndr) e in cucina ho l’Artusi (Pellegrino Artusi è stato scrittore e gastronomo, ndr) ma non sono né bravo come Cortázar, né chef come vorrebbe l’Artusi.

Al Festivaletteratura 2014 ha suggerito: “Se qualcuno mi chiede ancora a cosa serve la letteratura lo ammazzo”. A cosa serve invece il teatro?
A sopravvivere, a vivere meglio e far sì che i marziani che ci guardano dall’alto non ci distruggano.