“L’apertura della stagione operistica della Scala (…) rappresenta ogni anno uno degli eventi musicali più avidamente attesi. I quotidiani principali pubblicano supplementi sulla Scala; le pagine di cronaca riportano con gran diletto notizie su come si preparano all’evento i membri del governo e della buona società, e su cosa indosseranno; i movimenti di protesta (…) sanno che le loro iniziative avranno visibilità. Tra la pompa sociale, anche la musica ottiene qualche attenzione”. A commentare in questo modo la prima mondiale per antonomasia, per l’appunto quella scaligera, è il musicologo Philip Gossett, docente della University of Chicago e della Sapienza di Roma nonché massima autorità tra gli studiosi d’opera italiana. L’apertura della stagione operistica della Scala di Milano viene salutata ogni anno da due immancabili elementi, le due facce di una stessa medaglia, il lusso e la protesta, quasi una messinscena prima della prima, quella che di lì a poco la buona società delle buone maniere andrà consumando nella sala del Piermarini. Quella di quest’anno, col Fidelio di Beethoven, è stata l’ultima prima, con due anni di anticipo rispetto ai termini contrattuali, di Daniel Barenboim, alla Scala dal 2005 nonché direttore della stessa dal 2011.

L’apertura della stagione operistica della Scala di Milano viene salutata ogni anno da due immancabili elementi, le due facce di una stessa medaglia, il lusso e la protesta, quasi una messinscena prima della prima, quella che di lì a poco la buona società delle buone maniere andrà consumando nella sala del Piermarini

Il Maestro argentino-israeliano saluta così, con l’unica opera, o per esser più precisi, l’unico singspiel scritto da Beethoven oltre che col ciclo delle sonate per pianoforte di Schubert, il teatro nel quale ha trascorso, tra molti successi e qualche, inevitabile, polemica, ben nove anni della sua fortunatissima carriera. A succederlo è pronto stavolta un italiano, un milanese doc, Riccardo Chailly, che, in collaborazione col nuovo sovrintendente, l’austriaco Alexander Pereira, annuncia un nuovo corso per le politiche musicali del grande ente lirico italiano. Un corso che sembra volersi proiettare verso un’italianizzazione del repertorio operistico, e questo a cominciare dalle prime due iniziative messe in campo: in primis l’esecuzione, a cura dallo stesso Chailly, del Requiem di Verdi prevista per il mese di ottobre del 2015, con l’espressa volontà di inaugurare una nuova tradizione di esecuzioni del capolavoro verdiano ogni ottobre di ogni anno; in secondo luogo ci attende, finalmente, un nuovo ciclo delle opere di Puccini, a cominciare dalla Turandot, col finale di Luciano Berio, già in programma per il 1 maggio del 2015.

Un nuovo corso che sembra volersi proiettare verso un’italianizzazione del repertorio operistico, e questo a cominciare dalle prime due iniziative messe in campo: in primis l’esecuzione, a cura dallo stesso Chailly, del Requiem di Verdi

L’intento dichiarato di Chailly e Pereira è poi quello di aprire l’ente lirico milanese al mondo, attraverso l’estensione degli Amici della Scala anche all’estero, con una prima succursale in Svizzera, così da realizzare una vera rete a supporto degli eventi musicali scaligeri. Quello che sicuramente piace di più, e non solo ai melomani ultra frequentatori della Scala, è la volontà di dare nuova vitalità e centralità al repertorio italiano, sebbene la cosa verrà, a quanto pare, stemperata con una valorizzazione del repertorio contemporaneo e con un aumento, si spera considerevole, delle nuove produzioni. In effetti gli ultimi dieci anni, complice probabilmente la direzione di grandi personalità estere, hanno registrato un forte virata esterofila, come del resto denunciano le prime di stagione, a partire dal 2005 fino a oggi, tra le quali troviamo solo 3 titoli del repertorio italiano (la celebre Aida zeffirelliana del 2006 – la cui vendita, e conseguente estromissione dal repertorio scaligero, al teatro di Astana, in Kazakistan, fece tanto infuriare il maestro Zeffirelli -, il Don Carlo del 2008 e La Traviata del 2013). Possiamo, in tal senso, addirittura ricordare le polemiche, legittime o meno, che hanno accompagnato la scelta del Lohengrin di Wagner come prima di stagione nell’anno del bicentenario verdiano. “Ma era anche il bicentenario wagneriano”, potrà dire qualcuno, “Certo, ma parliamo della Scala”, risponderà qualcun altro. Bando insomma ad ingenue quanto inutili polemiche di campo, salutiamo con interesse e tanta curiosità il nuovo corso della Scala di Milano.