Oggi è il turno della distribuzione dei vestiti, ma per tutte l’oggetto del desiderio, qui, è un altro. Appena i volontari si girano per prendere un paio di calze, una maglietta, lasciando incustoditi i loro bicchieri di tè, le siriane si infilano rapide in bocca una zolletta di zucchero.

I campi profughi si somigliano tutti, e questo di Suruc, al confine tra la Turchia e la Siria, giusto a ridosso di Kobane, non fa eccezione. I bambini in ciabatte, bermuda e poco altro, sudici, intirizziti, i capelli come stoppie, il fango, il freddo, e alle quattro il sole che tramonta, la luce che va via, e tutti che si rintanano nel tanfo stantio di tende che spesso non sono che teli di plastica rattoppati insieme con lo spago. Più la fame, naturalmente. A mezzogiorno, a decine si accalcano al furgoncino che distribuisce una ciotola di riso, un po’ di zuppa, delle mele, ognuno con la sua scodella, una guardia li tiene a bada con un bastone come animali. Eppure, la disperazione la capisci solo a sera, quando è finito anche l’ultimo scatolone di vestiti, e i volontari si preparano ad andarsene. E’ allora che i siriani si avventano sui cartoni vuoti, sulle buste di plastica accartocciate, i ragazzini che si disputano a gomitate ogni foglio, ogni etichetta, ogni frammento di materiale infiammabile: non c’è altro, qui, per riscaldarsi. Solo la spazzatura.

Un campo profughi, di inverno, si riconosce dall’aria densa di diossina.

Vivono in 5mila, qui. Suruc ha 56mila abitanti e altri cinque campi come questo. E però due volte al giorno arriva del cibo caldo, all’ingresso è possibile avere un minimo di medicine, sono state installate delle fontane per l’acqua, e rovesciati per terra quintali di ciottoli bianchi nel tentativo di arginare il fango, con i materassi, nelle tende, poggiati su pedane rialzate, e i bambini ogni tanto ricevono giochi – gli ultimi sono i cilindri per le bolle di sapone: oggi sono tutti allegri a riempirli dalle pozzanghere. Degli operai, intanto, lavorano a un traliccio: la municipalità di Suruc sta allacciando il campo alla rete elettrica, perché i siriani possano avere non solo luce ma stufe. Anche se è l’intera Suruc, adesso, ad avere acqua ed elettricità razionate.

Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto ospitano il 97 percento dei rifugiati siriani. La Turchia, in particolare, ospita 1 milione e 100mila rifugiati, un terzo del totale, a cui aggiungere centinaia di migliaia di siriani nel paese a loro spese. Nel solo mese di settembre 2014, la Turchia ha accolto circa 130mila rifugiati, più dell’intera Unione Europeadall’inizio della guerra.

Nel 2014, i rifugiati siriani accolti in Italia sono stati 170.

Le Nazioni Unite non hanno più risorse, e hanno tagliato gli aiuti alimentari. Per ripristinarli fino alla fine dell’anno, avrebbero bisogno di 352 milioni di dollari. Il nuovo F22, utilizzato dagli Stati Uniti per la prima volta nei bombardamenti contro lo Stato Islamico, costa 350 milioni di dollari, più 68mila dollari per ogni ora di volo.

Borri-Suruc

 

Ahmed, 7 anni, è saltato su una mina mentre tentava di attraversare il confine tra Siria e Turchia [foto: Domenico D’Alessandro] English version