Moni l’intellettuale impegnato, o l’inimitabile “teatrante”, che ha portato sui palcoscenici l’incontenibile retaggio letterario e umoristico del vecchio popolo ebraico. Moni lo spirituale vegetariano e agnostico, sempre poetico, e caustico. Moni l’ebreo sefardita milanese mitteleuropeo innamorato della musica klezmer e della cultura yiddish, ma che oggi non si riconosce più in Israele, “L’Ebraismo è una cosa, lo Stato di Israele un’altra”. Moni l’irriducibile spirito libero della sinistra italiana: eletto all’Europarlamento con “un’Altra Europa con Tsipras”, rendicontando a se stesso, ha rinunciato al seggio. Incontriamo Moni Ovadia poco prima che vada in scena in chiusura del bel Festival “La cultura dei legami”: il récital si intitola “Registro dei Peccati”, e canta le gesta vorticose e struggenti di quel mondo chassidico che Marc Chagall pennellò tra la terra e il cielo. Un popolo senza patria, senza confini, senza burocrazia, senza esercito, eppure popolo. Un’umanità gioiosa e favolosa, nonostante tutto. Poi arrivò la tragedia senza redenzione del nazismo, e sappiamo come è finita.

Il suo primo spettacolo teatrale di cartello fu Oylem Goylem. Il mondo è sempre scemo?
Altroché. È tragicamente scemo, al punto da diventare anche tragicamente criminale. Oggi quelli che vengono chiamati i radicali, gli estremisti, sono gli unici dotati di buon senso. E il teatro è libero da condizionamenti. Il teatro può dire la verità, perché è finzione.

Il teatro che ho sintetizzato e personalizzato io è impastato di cultura yiddish, che non si esprimeva più se non a livello marginale, dopo la catastrofe della Shoah

In principio, negli anni settanta, c’era stata la musica popolare, col folk progressivo dell’Ensemble Havadià. Poi è arrivato il teatro.
Ho sempre guardato al teatro, ma non capivo quello di prosa. Non mi toccava, non mi prendeva. Ho cominciato a convertirmi dopo aver visto il Living Theatre, Peter Brook, Carmelo Bene nel periodo della Phoné. E soprattutto “La classe morta” di Tadeusz Kantor, una totale epifania per me, sulla scena non si muovevano attori, ma “manichini”: quel “teatro della morte” è stata una delle più grandi folgorazioni della mia vita. E subito dopo Pina Bausch. Il teatro che ho sintetizzato e personalizzato io è impastato di cultura yiddish, che non si esprimeva più se non a livello marginale, dopo la catastrofe della Shoah. Ho così proposto la figura del musicista-attore, e spettacoli centrati sulla straordinaria cultura dell’esilio.

Lei è uno dei più grandi custodi della tradizione umoristica ebraica. In che modo questa è ancora utile ed efficace.
Perché è un umorismo auto-delatorio, anti-idolatrico, e quindi la sua funzione è profondamente formativa di uno sguardo sul mondo che smascheri i totem, i miti, le retoriche, le ideologie, le lingue del potere. Esercita un ruolo strategico nell’aprire una visione diversa dalla falsa coscienza della società consumistica.

Cosa ne pensa dell’attuale politica culturale italiana?
Il nostro è un piccolo, mediocre Paese che detiene le più importanti ricchezze naturali e artistiche d’Occidente, ma invece di onorarle le umilia, offende e devasta. Suggerirei a Napolitano di smetterla di dichiarare che questo è un grande Paese. L’Italia è un minuscolo paese, dove c’è anche grande gente.

Parliamo di politica.
Non riesco a spiegarmi il poderoso successo di Podemos in Spagna e di Tsipras in Grecia, mentre noi continuiamo a baloccarci. Sono furibondo per quello che (non) sta accadendo. Esiste una sinistra in Italia? E dov’è?

A me piacerebbe chiedere ai dirigenti del fu Pds/Ds: di chi è figlio Renzi? Di chi sono figli la Serracchiani, la Moretti, la Boschi, la Picierno? Da dove sono saltati fuori?

C’è Matteo Renzi.
Renzi è un uomo di centro-destra, se fosse onesto a riconoscerlo potrebbe svolgere onorabilmente la sua funzione. E se la sinistra vuole tornare al Novecento, lui sta riportando le lancette dell’orologio a un secolo prima. È lui che va rottamato, altro che giovane. A me piacerebbe chiedere ai dirigenti del fu Pds/Ds: di chi è figlio Renzi? Di chi sono figli la Serracchiani, la Moretti, la Boschi, la Picierno? Da dove sono saltati fuori? Una volta ho mandato un sms a Cacciari, scrivendogli: “Massimo, se è questo il nuovo che avanza, teniamoci il vecchio”. E lui mi ha risposto a stretto giro, con scoperta amarezza: “Questi sono figli nostri”.