È rimasta nove settimane in stato di morte clinica per fare da incubatrice al bambino che teneva in grembo. Poi, quando è nato, i medici hanno staccato le macchine che la tenevano in vita e hanno donato gli organi. La storia di una milanese 36enne ricoverata all’ospedale San Raffaele di Milano dopo un’improvvisa emorragia cerebrale è la sintesi dell’amore di una madre nei confronti del figlio. Anche se non era cosciente, le nove settimane di sopravvivenza della donna hanno permesso al suo bambino di nascere prematuro di un mese. Quelle 9 settimane per il piccolo rappresentano la differenza tra il vivere e il morire. Il bambino è sano e pesa un chilo e 800 grammi.

La donna era arrivata in ospedale in condizioni gravi. I dottori avevano capito che non ce l’avrebbe fatta e l’obiettivo era stato, da subito, quello di tenere in vita il feto, che era alla 23esima settimana, almeno fino al settimo mese per evitare le conseguenze di un parto prematuro. I medici e le condizioni della mamma, però, hanno permesso al bambino di poter crescere nel grembo della donna fino all’ottavo mese di gravidanza, quando poi è potuto nascere, nello stesso giorno in cui la madre, invece, moriva.

Il reparto di neurorianimazione diretto dal dottor Luigi Beretta per 9 settimane ha tenuto in vita la madre e l’ha nutrita attraverso una sonda inserita nel suo intestino per garantire che il nutrimento arrivasse costantemente al feto. Poi, giovedì, arrivati alla 32esima settimana, l’equipe di medici ha deciso d’intervenire “poiché quest’epoca gestazionale garantisce buone possibilità di vita autonoma al feto, riducendo nel contempo il rischio di improvvise complicanze materno fetali”. La mamma è morta, i suoi organi sono stati donati e il suo ultimo gesto è stato quello di passare il bambino dal proprio grembo alle mani dei neonatologi diretti da Graziano Barera, il primo, ultimo e più importante regalo di una mamma al figlio.