Economisti e operatori di mercato amano chiamare le politiche straordinarie tanto attese della Bce “bazooka”. Se Mario Draghi ha facoltà di sparare qualche razzo (il famoso quantitative easing, l’acquisto massiccio di titoli di Stato per immettere liquidità), la Commissione europea di Jean Claude Juncker pare essersi ormai rassegnata a usare soltanto una cerbottana. I cui proiettili possono creare qualche fastidio al grande nemico – la stagnazione dell’economia reale – senza scalfirlo.

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Ieri Jean Claude Juncker ha presentato al Parlamento europeo qualche dettaglio del suo programma politico. Sorvoliamo sugli annunci di una migliore equità fiscale, poco credibili se arrivano dall’ex premier del Lussemburgo sotto accusa proprio per gli accordi privilegiati concessi alle multinazionali quando era a capo del Gran Ducato. E speriamo che il “nuovo approccio all’immigrazione” sia qualcosa di concreto, visto che l’Italia è sicuramente il Paese più interessato all’argomento. L’idea di cancellare circa 80 proposte di legge all’esame del Parlamento è una buona idea, per mettere meglio a fuoco le priorità politiche. Che sono note da tempo: aiutare disoccupati più giovani e quelli maturi difficili da ricollocare a rimanere attivi, sviluppare il digitale e l’unione dell’energia. Ma la sostanza resta il piano di investimenti: 21 miliardi che devono diventare 315, i capitali pubblici fanno da garanzia a progetti finanziati da privati.

Juncker non ha ancora risposto alle obiezioni sollevate al suo piano, ben riassunte dall’ex direttore esecutivo del Fmi Andra Montanino sul sito Euobserver.com. Primo: i progetti saranno selezionati dalla Banca europea degli investimenti, ma i soldi ce li devono mettere soprattutto i privati. Il rischio è che i progetti che sarebbero stati comunque finanziati otterranno soldi “con lo sconto”, grazie ai capitali pubblici usati come garanzia che riducono il costo del credito, mentre quelli poco attraenti verranno comunque snobbati.

Seconda obiezione: questi schemi di finanziamento pubblico-privato già operano a livello nazionale. Perché il piano Juncker dovrebbe funzionare là dove questi hanno fallito? Pensate all’Italia: difficile immaginare che all’improvviso si faccia la banda larga grazie agli investimenti europei, visto che le risorse sarebbero già disponibili (Cassa depositi e prestiti) ma manca la volontà politica e industriale (Telecom) per farli. Terzo: i privati cercheranno di finanziare i progetti più redditizi che, inevitabilmente, saranno soprattutto nei Paesi che crescono di più. E che quindi avrebbero meno bisogno di aiuti. Juncker continua a parlare del suo piano, ma a queste obiezioni non ha ancora dato risposta.   

Twitter @stefanofeltri

Il Fatto Quotidiano, 17 dicembre 2014