“Se non possiamo rappresentare in Italia, aiutateci ad andare via e recitare altrove. Aiutateci a viaggiare, cioè in qualche modo aiutateci a emigrare”. César Brie è tra i maestri del teatro che non avrebbero bisogno di presentazione. Dalla Comuna Baires all’Odin Teatret fino al Teatro de Los Andes boliviano. Nel 2012 nasce Karamazov, nominato tra le tre migliori regie al premio UBU. Ed è proprio a questo spettacolo che il regista argentino e la sua compagnia vogliono dare nuova vita. “Siamo riusciti a programmare quaranta repliche di Karamazov
a Buenos Aires per marzo e aprile 2015 – racconta l’attore Gabriele Ciavarra – ma non abbiamo i soldi per arrivare in Argentina”. Nasce quindi un crowdfunding perché “non facendo parte di teatri stabili, l’unico a poterci sostenere è il pubblico”, raccontano “gli attori meravigliosi, bravi e squattrinati”, come li definisce César Brie .

Una storia di teatro tutta italiana. “Non hanno agganci, non hanno padrini, non hanno contatti nei ministeri né la tessera di nessun partito e quindi fanno fatica ad andare avanti in questo Paese dove la furbizia trionfa sul merito”, commenta César Brie. Perché non stiamo parlando di dilettanti. I nove attori di Teatro Presente vengono dalle migliori scuole di teatro italiane (Piccolo, Filodrammatici, Paolo Grassi) e si affidano a un regista che è già il soggetto di manuali di teatro. Eppure Karamazov non è riuscito ad avere una distribuzione in Italia. “I teatri stabili si scambiano gli spettacoli. Se non sei in quel giro, è difficile andare avanti”, continua Ciavarra, laureato dieci anni fa al Piccolo Teatro di Milano.

“Non abbiamo capito perché l’Emilia Romagna Teatro non sia riuscita a far girare lo spettacolo (ha fatto solo 34 delle 70 repliche promesse, ndr). Così lo abbiamo acquistato”. E se l’Italia li ha snobbati, il più importante teatro di Buenos Aires gli ha proposto due mesi di repliche. “Certo, non guadagneremo molto. Ma almeno faremo il nostro lavoro in un ambiente che ci apprezza”.

Teatro che diventa per scelta o obbligo sottobosco culturale. O come altri preferiscono chiamarlo, una cultura underground. “Dieci anni fa la situazione era diversa. Ora le condizioni sono tragiche e di teatro non si riesce più a vivere – continua Gabriele Ciavarra – In Italia ogni spettacolo nasce già vincente o perdente perché viene sostenuto o meno da finanziamenti pubblici mentre in Argentina, per esempio, un testo resta in scena fino a che c’è il pubblico, eliminando in questo modo ogni intermediazione politica”. E invece, pur avendo fatto soldout a Milano, Karamazov non è poi stato presentato in nessuna piazza teatrale italiana. “Ora lo spettacolo si vende a metà prezzo di quanto costava prima – precisa César Brie – Siamo soltanto una compagnia indipendente che crea bellezza e vorrebbe mostrarla”. In fuga dall’Italia, Teatro Presente cerca un modo per andare a Buenos Aires dove invece li aspetta uno stabile che li ha già messi in cartellone. “L’Argentina è un Paese in piena crisi economica ma nonostante le difficoltà, offre uno spiraglio di luce in ambito culturale per lo slancio con il quale sostiene progetti teatrali non convenzionali e indipendenti come il nostro”.