Ci sono tanti amici, gente che ho lasciato nel 2009 fra le valli e i villaggi nei dintorni di Homs, che sono scomparsi. Alcuni di loro sono stati portati via, non si sa dove, a un posto di controllo del regime. Forse sono stati freddati subito o forse sono in qualche carcere. Fatto sta che le famiglie non sanno nulla.

Quando si chiedono informazioni a un famigliare di uno scomparso, questo preferisce non parlare: ha paura. Ha paura che il parlarne, anche solo tramite un messaggio Facebook o una conversazione Skype, possa compromettere la vita del proprio caro. I famigliari degli scomparsi vivono nella più completa paranoia, quella stessa che li ha fatti sopravvivere per mezzo secolo in una società colma di informatori di professione. Infinite sono le storie di chi, in questi quarant’anni di regime, è stato denunciato da un delatore perché ha criticato il governo durante una cena della comunità siriana in Italia, Francia ecc…Ovunque c’era una comunità siriana c’erano anche gli informatori che stilavano i “rapporti”. Così, si è cresciuti con la paura di parlare. Chi andava in vacanza in Siria soltanto quando superava i controlli in aeroporto poteva tirare un sospiro di sollievo. Fra quelli che tornavano regolarmente, c’era chi aveva deciso che questo sistema andava bene e aveva cominciato a fare affari. Altri, la maggior parte, si accontentavano di andare a fare le vacanze e di stare zitti. «La Siria è un bellissimo paese. Punto». Poco importava, ai siriani e ai turisti di ogni dove, se la gente veniva portata via nella notte. «Non è affar mio» dicevano. E’ così, con la nascita di una società costretta all’individualismo e alla diffidenza, che è nata la barbarie. Ci si è trasformati nello specchio del regime che non vuole che molte cose si dicano; che vuole una società divisa. Ma questi discorsi, questo voler ricordare la Siria che non vogliamo più e che è stata messa, in parte, dietro le nostre spalle, non possono essere di conforto ai famigliari delle decine di migliaia di scomparsi e degli incarcerati – penso in particolare a Razan Zaitouneh, Mazen Darwish, Paolo Dall’Oglio, Vanessa Ramelli e Greta Marzullo.

free mazen darwish

Credo che tutto poteva essere evitato se si fossero sostenuti i siriani. Se ai discorsi geopolitici, che non sono di conforto a nessuna vittima e a nessun bambino siriano al freddo in stazione centrale a Milano, si fossero sostituiti quelli riguardo ai diritti inalienabili del popolo siriano probabilmente tutto sarebbe già finito. Unica certezza odierna è che la cosa peggiore, ancora più grave del macello in Siria, è la completa indifferenza che avvolge l’intera questione.

Invece di parlare delle centinaia di morti ammazzati sotto i bombardamenti aerei; invece di raccontare delle migliaia di siriani (sunniti) morti combattendo contro l’Isis e il regime siriano, si cerca esclusivamente il sensazionalismo, come per il caso di Kobane. Questo paesino sperduto è stato paragonato (stupidamente) a Stalingrado, in quanto lì, a Kobane, «avverrà la battaglia campale». Invece, a detta di un giornalista di La7 da quel villaggio provengono centinaia di migliaia di profughi – è evidente che quel giornalista, che passa in un attimo da Berlusconi alla Siria, ignora che la popolazione di Ayn al Arab – nome arabo di Kobane –, prima della guerra, era inferiore alle 50 mila unità.

Abbiamo troppi imprenditori della paura, giornalisti e politici, ai quali non importa nulla del destino e della vita di milioni di persone. In particolar modo, vi sono politici pronti a elogiare in televisione dittatori criminali, purché abbiano in tasca contratti d’appalto milionari. Magari, a breve, ad Assad verrà restituita l’onorificenza italiana che con tanta fatica abbiamo fatto ritirare.

Degli scomparsi, come dei morti ammazzati, non c’è da dire nulla. Restano lì, nel dimenticatoio, insieme alle loro famiglie che si nutrono di speranze.