Lo spettacolo di Benigni su I dieci comandamenti ha ottenuto un grande successo e molti elogi ma non ha mancato di suscitare perplessità, critiche e manifestazioni di insofferenza in vari strati dell’opinione pubblica, come si può osservare anche sulle pagine e sui blog di questa stessa testata. Avendo dedicato al lavoro cinematografico e televisivo di Benigni una certa attenzione e qualche studio, vorrei dire la mia.

Partirei dai difetti che anch’io ho trovato sparsi nello show ma che non riguardano il suo contenuto, l’aspetto verbale del testo ma la sua scrittura televisiva di cui, invece, non si è detto nulla. C’è, a mio parere, nella messa in scena qualche problema di prossemica che finisce per creare una sorta di separatezza tra l’attore e il pubblico in sala. C’è anche una certa piattezza cromatica che fa rimpiangere il maglioncino rosso che spiccava nelle letture dantesche. E poi c’è la verbosità del discorso, quella tendenza a ripetere un concetto, a girarci intorno che però è sempre stata tipica dei monologhi di Benigni anche nei suoi film più divertenti come Il mostro.

Roberto Benigni

Ma detto questo mi fermerei senza aderire alle accuse di retorica, di buonismo, di moralismo, di “pompierismo”, eccetera. Intanto non dimenticherei che la parte di attualità satirica, quella che tradizionalmente apre le performances era ridotta quantitativamente ma tutt’altro che priva di battute efficaci e divertenti. Poi il discorso sull’esistenza di Dio e sulla necessità di crederci o almeno di aspettarne l’arrivo è stato un gioco che univa leggerezza e profondità nel  migliore dei modi. E più avanti anche nel commento ai vari comandamenti non sono mancate considerazioni originali e per niente conformiste. Una su tutte la riflessione sul secondo comandamento, su chi sono i veri bestemmiatori: non quelli che toscanamente tirano moccoli ma coloro che pensano di poter commettere le più grandi nefandezze in nome di Dio.

Ma l’accusa più frequente e diffusa tra i detrattori dello spettacolo  riguarda la parabola del comico, la sua trasformazione da incendiario a pompiere, la rinuncia a quella componente trasgressiva e dissacratoria che era il suo tratto originario ai bei tempi di Onda libera o dell’Altra domenica con L’inno del corpo sciolto. Ebbene questa interpretazione del percorso di Benigni proprio non mi convince e credo sia opportuno un ripensamento che tenga conto anche degli esiti strepitosi sul piano degli ascolti.

Lungi da me pensare che la quantità degli ascolti sia un metro per giudicare il valore di un prodotto televisivo. Ma non dimentichiamo che viviamo un momento di totale dispersione dell’ascolto, di impossibilità di raccogliere attorno a una proposta televisiva una partecipazione generale, un momento di morte annunciata della televisione, in cui parlare della tv come di uno strumento di coesione e di identità culturale nazionale è considerata una bestemmia o una roba da vecchietti fuori di testa. E in un simile contesto, se arriva qualcuno che mette in piedi un programma da dieci milioni di spettatori parlando dei dieci comandamenti, non sarà il caso di approfondire un po’ la questione? Ipotizzando persino che una simile operazione oggi, nell’attuale situazione televisiva, ha la stessa forza dirompente, anticonformista, di scardinamento dei luoghi comuni che tanti anni fa avevano Onda libera o L’altra domenica?