Un episodio dimenticato del grande sciopero dei minatori inglesi del 1984 e degli anni caldi e difficili del movimento Lgbt (allora solo gay and lesbians) inglesi. Un film, Pride, fatto benissimo, pieno di humour e passione, fratello  di  Priscilla e di Milk, che probabilmente avete visto, e di Der Kreis, Le circle, che probabilmente non avete visto (in Priscilla il confronto diretto tra l’allegra brigata dei brillanti e scioccanti gay di città e il rude e grezzo paesino di provincia; in Milk e in Le circle una storia di militanza gay novecentesca nella quale tutti leggono una storia di liberazione collettiva).

L’originalità della vicenda, vera, e del film stanno nell’inconsueta dialettica: non più non solo tra liberazione omosessuale e omofobia ma tra queste e il movimento operaio e sindacale. E nella ulteriore dialettica di genere, che vede nelle donne para-femministe dei minatori le protagoniste principali del dialogo.

Il film potrebbe anche avere successo. Come scrive Paola di Giuseppe sul sito Indie EyeCosa meglio di una storia vera di solidarietà, tolleranza, scoperta delle somiglianze che ci accomunano al “diverso”, potrebbe rubare la scena ai tradizionali cinepanettoni, pronti ad essere sfornati sulle tavole degli Italiani? C’è garbo, humor da vendere, ci si commuove anche un po’ e, soprattutto, si ricorda.”. Il film ha fatto scoprire anche a me –  che pure all’epoca ero giornalista e anche militante di Arci Gay – una vicenda che non conoscevo, e un personaggio geniale, alla cui intuizione e determinazione si deve tutto ciò: Mark Ashton. Ho  anche  scoperto  che a  lui, subito dopo la sua morte giovane, è dedicata la  poetica e fortissima canzone For a Friend di Jimmy Sommerville, che chiude la colonna sonora del film (tenere le sue parole semplici e universali, nelle quali si identifica chi ha appena perso una persona cara).

La solidarietà attiva e l’incontro tra un pezzo del movimento gay lesbico e un pezzo, o una zona, del movimento dei minatori deve affrontare e nel film affronta le inevitabili contraddizioni delle diversità e del pregiudizio. Divide il movimento dei minatori e divide il movimento gay lesbico che poi tornano come un’onda a ricomporsi. Senza alcuna pignoleria o tiritera militante il film è politicamente precisissimo. L’intuizione del ragazzo gay rosso Mark Ashton e di chi lo ha seguito ha realizzato per una volta un sogno ricorrente dei militanti lgbt di sinistra: la possibilità-unità delle minoranze oppresse, oppure l’unità tra gay e operai o insomma un rapporto diretto di alleanza con un altro soggetto, un’altra causa che sia più riconducibile al sociale. Non ho mai visto veramente realizzato niente del genere, al di là delle pubbliche relazioni “politicamente corrette” delle elite militanti. Conosco il tentativo pervicace del cileno Rolando Jimenez  di affermare un Dia de la Diversidad, un giorno delle minoranze, ma è difficile pensare che mai un semplice mapuche (gli indios del Cile) si possa identificare coi gay in una comune condizione di “diversi”. Neanche i minatori, i semplici scioperanti, si sono identificati in una comune condizione di diversi.

A rendere concreta e realmente vissuta una altrimenti un po’ cervellotica aspirazione è stato un tipico pragmatismo anglosassone: la colletta. I Glsm (gay lesbians support miners) non si sono dedicati a comizietti sul rapporto tra eros e lotta di classe ma hanno raccolto tanti soldi per i minatori e glieli hanno portati sottolineando che erano soldi gay. Non si usava ancora la parola crowfunding ma il supporto era nella colletta, nella sottoscrizione, nel denaro. Nella sua semplicità è rimasto un episodio unico, che io sappia, nella storia mondiale del movimento. Ci tenevo a scriverlo, perché mi sembra che nessuno lo abbia ancora detto.

Il film è così abile, brillante, intuitivo e appassionato da andare oltre alla unicità e al contesto storico dell’episodio. Sembra che tutto ciò possa ancora e ovunque e comunque accadere: perché gli ingredienti di quella iniziativa e di quel disgelo  sono validi indipendentemente da quel contesto e sono quelli della possibilità che i pregiudizi (non solo quelli omofobici) si sciolgano di fronte al contatto umano diretto e corroborato da una intelligenza collettiva.