Piero andava alla guerra in mutande e oggi si sente un po’ nudo: “Non mi ricordo quasi più di essere stato giovane e non ho memoria emotiva dei miei 25 anni. Pochi momenti, pochissime immagini. Forse ero troppo preso dal mio mestiere e se mi guardo indietro, trovo solo lavoro, svolte professionali, passaggi di tempo tra una trasmissione e l’altra”. A 58 anni, dopo una quarantina di programmi, qualche spot e una dimenticabile incursione nel cinema, il geniale postino che sfiorava il cubismo con Cossiga (“Mi chiami presidente incombente”) non ha più lettere da scrivere né quadri a tinte fosche da dipingere: “Esistono forma e stile e in questi anni, non sempre li ho rispettati. Scontrandomi con tante persone mi sono creato una fama di provocatore aggressivo difficile da sostenere. Forse ho voglia di fare altro, di creare nuovi linguaggi, non necessariamente davanti alla telecamera”. In attesa di emigrare: “Non mi dispiacerebbe partire per sei mesi, viaggiare per il mondo, tornare magari a casa con un documentario”, Chiambretti pubblica le poesie della madre: “Sono bellissime, si è riscoperta artista in età avanzata e non la ferma più nessuno” e a febbraio, su Canale 5, Piero ricomincerà, in compagnia del presidente della Sampdoria Massimo Ferrero, con Chiambretti Supermarket: “L’azienda mi ha premiato, passo da Italia Uno a Canale 5”.

All’epoca del passaggio in Mediaset la investirono con critiche feroci.
Era una questione politica e oggi la politica non esiste più. La terza Repubblica, anzi meglio la due/bis, ha finito per smentire anche Rino Formica. Ricorda cosa diceva Formica della politica?

La politica è sangue e merda.
Si sbagliava. Credo sia più merda che sangue. Qual è la città che non conosce infiltrazione mafiosa, cresta o tangenti? Nessuna. Il malessere italiano non si ferma a Mafia Capitale. Va oltre. Parla di noi.

E cosa dice?
Che ancora una volta abbiamo sbagliato tutto e che siamo profondamente abbrutiti. La società è malata, ma non esistono medici né medicine. Quando manca il rimedio, la patologia diventa affezione rara e alla fine ti fa crepare.

Siamo morti?
La mancanza di sicurezze ha diffuso una forma di latente malinconia. Una sorta di depressione che coinvolge tutti, me compreso. Siamo meno allegri. Anche in televisione.

Molti efficaci modelli televisivi del recente passato sembrano superati dal rifiuto del pubblico. 

Oggi in tv funziona solo il cadavere e se ci pensa, il dato è uno straordinario ossimoro. Il cadavere è il salvavita della tv. Osserviamo il peggio nell’illusione di essere estranei a certi abissi. Guardi in faccia l’orrore. Gli assassini. E senza sforzo, ti senti un po’migliore. L’altro grande tema sullo sfondo è il passato.

In che senso?

Le cose vissute ci appaiono sempre migliori di quelle che viviamo e anche se non consola, il passato è l’unica cosa che si possa leggere con ragionevole certezza. Il futuro non esiste, ormai hanno perso il lavoro anche le cartomanti. Ne parlavo proprio l’altro giorno con Angelo Guglielmi.

Cosa vi dicevate?

Che le cose migliori della tv vengono proprio dal passato. Le si spaccia come nuove, si dà loro una lucidata, ma vengono da ieri.

Guglielmi fu il suo mentore in una eroica stagione di Rai Tre.

Mi trovai al centro di una esplosione creativa senza precedenti. A Rai Tre con lui e Voglino inventai otto programmi diversi in otto differenti stagioni. Quasi tutti di successo. Quasi tutti innovativi.

Se avevano successo perché ne cambiava la formula?

Perché io la battaglia la combattevo soprattutto con me stesso. Appena avevo un riscontro positivo, cercavo di migliorarmi e andare oltre. A volte capitava che mi dicessero che il programma precedente era migliore. Me ne fregavo e andavo avanti. Ma la battaglia alla lunga mi ha minato.

L’ha minata?

Se potessi tornare indietro mi gestirei meglio. Un conto è rincorrere un avversario o le proprie ambizioni, altro è rincorrere se stessi. A volte sono stato presuntuoso, oggi lo sono molto meno e da tanto tempo ho smesso di cambiare struttura ai miei programmi.

Come ha ovviato?

Facendo sempre lo stesso programma e cercando di farlo splendere dall’interno. Sono creazioni eleganti e costose, seconde serate assolutamente controcorrente. Le seconde serate non le vuole fare più nessuno perché le prime hanno allungato la loro curva e manca il ritorno pubblicitario. Ma io insisto. Solo rilanciando e sfiorando l’estremo puoi sperare di essere il capofila di qualcosa di originale.

Lei iniziò dalla strada.

E in strada oggi non tornerei. All’epoca pensavo: ‘La buona tv si fa in studio e allora farò qualcosa di diverso. Perché avere una scenografia di cartapesta quando posso averne una vera disegnata dai Savoia?’. Così mi buttavo in boxer per le vie di Torino e improvvisavo. ‘Buongiorno signora, siamo la televisione’. Non ha idea di come ci guardasse la gente. Smarrita, sconvolta, turbata, terrorizzata. La telecamera era una pistola puntata. Era neo-neo realismo.

Oggi la sorpresa è svanita.

Quella spontaneità e quella naturalezza naïf si sono perse quando la telecamera, oggetto alieno all’inizio degli Anni 80, è entrata a far parte della vita quotidiana 15 anni più tardi. Chiunque ne aveva una in casa e chiunque in prossimità della luce rossa, si atteggiava a personaggio televisivo. Anche per questo in strada oggi non tornerei. La strada è la televisione. Ogni cosa è cambiata e in strada ormai sono andati tutti. Io sono stato il primo, ma se ripercorressi gli stessi passi dei miei inizi, sono sicuro che mi accuserebbero di plagiare, di copiare.

La preoccuperebbe?

Non lo sopporterei. So che c’è chi sostiene che solo i geni copino, ma io non mi sento un genio e non copiavo neanche a scuola. Preferivo prendere tre.

Orgoglio?

Non so. Non sono mai riuscito a immaginare di rimestare in un piatto già cannibalizzato da altri. Pensi che per non essere condizionato dalle idee altrui, non guardavo neanche la tv. Ignaro, andavo dai dirigenti con un’idea e quelli mi gelavano: ‘Ma guarda Chiambretti che questa cosa la fa già il signor Rossi’. Quando ho iniziato, c’era un’unica regola. Pensare a una televisione che non c’era. Nel 2014 quando chiedi a qualcuno perché vuole approdare in tv e quali siano i suoi talenti, ricevi due risposte fisse.

Quali?

‘Voglio fare rapidamente soldi’ e, poi, la più gettonata: ‘Non so fare niente’. In questo contesto, stupirsi del fatto che nuove stelle televisive latitino, è un po’ ipocrita. Ci si accontenta. E mancano analisi e autocritica. Quando penso al presente della tv o a come gli anni siano passati sul fisico, sul corpo, sulla mente e sugli esperimenti liberi che mettevamo in scena a metà degli Anni 70, mi sento male.

Quando iniziò in una rete privata piemontese, Grp, ammoniva sui rischi della televisione.

Io e il mio amico Carlo, soprannominato Erik per il suo fisico da vichingo, andavamo in onda a mezzanotte e lo dicevamo chiaro e tondo: ‘La tv rincoglionisce, non guardatela’. Poi tra un video musicale e l’altro, prima di lasciare i microfoni aperti, provocavamo: ‘Perché ascoltate noi invece di stare con le vostre ragazze?’.

Reazioni?

Selvagge. Insulti irriferibili, minacce, bestemmie velate. Un’atmosfera folle e belushiana, irregolare e ideale per un Animal House di periferia. Andammo avanti per qualche tempo, poi l’esperimento tramontò.

Perché?

Era diventato pericoloso. C’era rabbia. Mi bucarono tutte e quattro le ruote della macchina e a un certo punto, io e il vichingo desistemmo.

Lei condivide con Berlusconi l’intrattenimento sulle navi da crociera.

Partivo d’estate. Armavo una valigia alla buona e mi imbarcavo per un paio di mesi come animatore. Un anno – avevo dimenticato di rinnovare il passaporto – mi issarono comunque a bordo. Da clandestino. Non potevo mai scendere dalla nave e il viaggio si rivelò alienante.

Come intratteneva il pubblico?

Maltrattandolo. Avevo studiato il grande Villaggio interpretare il professor Kranz e ne avevo ripetuto pedissequamente la lezione. Preso a male parole, il pubblico si entusiasmava. Si aspettava di essere blandito e vezzeggiato e il ribaltamento dello schema, non atteso, lo eccitava. Facevamo dei giochi in cui i viaggiatori non potevano vincere nulla. A fine esibizione, al limite, erano i crocieristi a dovermi dare qualcosa. Durante quelle navigazioni ho trovato la forza di poter fare il mio mestiere. Ho imparato l’approccio. Ho capito che la miglior difesa è l’attacco.

Lei non ha copiato, ma in compenso ha ispirato.

Ho creato il prototipo e altri, con le intuizioni del sottoscritto, hanno creato una remunerativa catena di montaggio con la quale vivono di rendita ancora oggi. All’inizio per i furti rimanevo male, poi ho capito che la corsa di ognuno di noi è fatta anche di questo. Di scambi. Di appropriazioni indebite. Di debiti e crediti. Se qualcuno finalizza un mio spunto sono anche contento. Significa che nella catena evolutiva della tv qualcuno si è ricordato di me.

Potrebbe fare l’autore.

Il mio problema è che io so scrivere bene soltanto per me stesso. Se si parla di me o il soggetto di una storia sono io, facendo risparmiare tempo, soldi e inutili brainstorming con il buffet in un angolo e i creativi pensosi e sofferenti al tavolo delle riunioni , l’idea la trovo io. E la trovo in un minuto.

Se si tratta degli altri?

Mi blocco. Ho una sorta di antifurto. Non so se sia ingenerosità o gelosia delle proprie cose, ma so che è così. Non tutto va spiegato né psicanalizzato a ogni costo.

Gianni Boncompagni sostiene che lei sia un professionista maniacale.

Con Guglielmi e Irene Ghergo, Gianni è l’unico che mi abbia veramente insegnato a costruire un personaggio televisivo completo. Devo ringraziarlo. Per molti versi lo invidio. A differenza mia, Boncompagni conosce il santo sapore del distacco dalle cose. Forse anche per questo ha ottant’anni e ne dimostra quaranta.

La leggerezza aiuta a rimanere giovani?

Dà una gran mano. Gianni sapeva e teorizzava che la televisione è come un chewing-gum. La mastichi. La sputi. È rimasto un mezzo di massa, la tv. Un elettrodomestico acceso in sottofondo tra la cottura degli spaghetti e il pianto di un bambino. Io quella leggerezza non ce l’ho mai avuta e, temo, non la possiederò mai. Cerco una tv d’autore. Una tv coraggiosa che è irrimediabilmente destinata a una nicchia. Una tv fuori dal tempo.

Con il tempo, tra un’intuizione e un’altra, lei ha intrattenuto sempre un bizzarro rapporto.

In molte occasioni arrivare prima non agevola. Non dà risposte. Non risolve i dubbi.

Con gli anni si è poi spiegato il misterioso allontanamento dalla Rai?

Senza avere alle spalle alcun supporto politico fui epurato alla pari di altri più celebri defenestrati e non ho mai saputo il perché. Io chiedevo ragioni e ricevevo risposte evasive: ‘Non so’, ‘Adesso mi informo e ti faccio sapere’. Cose così. A un certo punto smisi di domandare e tornai a Torino a riflettere. Ero molto stressato. Andai su un campo da tennis, inciampai e mi ruppi la caviglia in quattro punti. Mesi immobilizzato a letto a vedere la seconda guerra del Golfo senza neanche un Bellini o un Cocciolone sullo sfondo. In quell’allontanamento coatto pulsa la mia condizione di sempre.

Quale Chiambretti?

Essere un cane sciolto che all’improvviso, all’epoca, qualcuno considerò inutile alla causa. A letto, arrovellandomi sulla questione, attraversai un periodo di profonda solitudine.

La soffre?

La solitudine è bifronte. Da una parte ti esalta, dall’altra ti destabilizza. Io da solo sto bene e alla solitudine aspiro, ma quando si fa sera e i personaggi e le fantasie con le quali mi accompagno durante il giorno imbruniscono, un po’ imbrunisco anch’io. Quei mesi passati nell’immobilità mi aiutarono comunque a vedere la realtà più lucidamente e a ripartire. Come in un film di Hitchcock, ho vissuto almeno due vite. Forse tre.

Con molte ragazze. Un suo amico cattivo attribuiva il suo successo alla diffusa affezione dello “scopanomi”.

Era invidioso e sosteneva che le ragazze uscivano con me solo per la mia veste pubblica. Era vero fino a un certo punto. Come dice Sgarbi, è proprio lì che casca l’asino. La ragazza conosce solo quel che del tuo personaggio emerge dalla tv. L’aspettativa è maledetta. Altera le percezioni e inquina i rapporti. Ma io sono una persona e non un personaggio. Quando esce fuori la verità, salutarsi e dirsi addio è più facile di quanto non si pensi. Comunque mi sono sempre sudato la pagnotta. Non sono Brad Pitt, ma alle ragazze, giuro, piacevo anche prima di arrivare in televisione.

C’è qualcosa che la annoia?

La routine. La sensazione che le cose si ripetano. Il già visto e in un certo senso anche il rimpianto.

Non ne cova?

A volte penso che se fossi stato in America, oggi forse sarei a Hollywood. Ma la verità è che andare a Hollywood non faceva parte dei miei sogni. La tv è molto democratica. La può fare chiunque e in linea di massima restituisce a tutti qualcosa. Spesso più di quanto il singolo non abbia davvero meritato. Il gusto è rivolto verso il basso. Non c’è bisogno di sforzarsi troppo. In tv si è costantemente sopravvalutati e naturalmente è capitato anche a me.

Le dobbiamo anche l’affermazione televisiva di Alfonso Signorini. Pentito?

Se proprio si deve trovare un responsabile, quello non sono io. La colpa o il merito vanno ascritti a Roberto D’Agostino, l’unica persona che insieme a Boncompagni, preferiva lasciare i lavori al volo piuttosto che legarsi a doppio filo ai soldi e allo stipendio. Con D’Agostino discutemmo seccamente e al suo posto, presi Signorini.

Perché discuteste?

Per varie ragioni. Lo rimproverai per un paio di parolacce. Roberto disse soltanto: ‘M’avete stufato’ e minacciò di prendere cappello. Poi discutemmo ancora, lui prese la giacca e si avviò verso la porta: ‘Pensavo ci dovessimo divertire, se qui se deve lavorà ve saluto’. E andò. Andò davvero.

Qualcuno nelle sue contesse e nei suoi stilisti ripresi nell’intimità ha visto i germi della Grande Bellezza.

La prima cosa che Roma ti fa venire in mente sono i suoi salotti. La contessa, il prete e l’ambiente nobiliare, in televisione creavano un cortocircuito interessante. Sorrentino ha fatto un bellissimo film, ma gli elementi del Cafonal erano nell’aria da sempre. Serviva qualcuno che con talento li portasse al cinema.

Ha più deluso o l’hanno più delusa?

Se ho deluso non lo so. È sicuramente accaduto, ma non me l’hanno mai detto. Delusioni ne ho avute e qui e là sono stato ferito da qualche frase cattiva. Ma sono in pace. Sono in pari. Non ho rancori e dei vecchi nemici come Antonio Ricci, alla fine sono diventato buon amico.

Serenità.

Ne ho dette tante e su di me tante ne sono state dette. A volte mi hanno attaccato per motivi distanti da quelli artistici, ma come le dicevo, a star lontano dai gruppi e da un certo mondo, un prezzo si paga. Il cane sciolto è un poveretto. Vive la propria libertà e magari un giorno se lo vedrà anche riconosciuto sulla tomba, però c’è un però.

Dica Chiambretti.

Vivere in un mondo senza rapporti, relazioni o amici, alla lunga è una fatica.

da Il Fatto Quotidiano del 14 dicembre 2014