Che suono avrà la fine del tempo? Che musica udiranno le nostre orecchie una volta giunti dove lo spazio non ha più dimensione? Domande, tanto surreali quanto suggestive, le cui risposte sarebbero state pressoché impossibili se la nostra esperienza si fosse fermata a un passo dalle più felici pagine di Arvo Pärt, il più celebre compositore estone della storia. Pezzi di musica che sono già legenda come Fratres, Tabula rasa, Cantus in memoriam Benjamin Britten, Für Alina o la colonna sonora del capolavoro sorrentiniano La grande bellezza, My heart’s in the Highlands. Lui, uomo mite e silenzioso, si avvicina con passo fermo agli 80 dopo aver dedicato un’intera vita alla ricerca di nuovi codici, di nuove vie di comunicazione possibili. Dopo un lungo silenzio produttivo durato otto anni (dal 1968 al 1976) e interrotto solo dalla Sinfonia n.3 del 1971, Arvo Pärt ha dato alla luce quello stile compositivo che lo avrebbe poi consegnato alla storia, il tintinnabuli, linguaggio di un’apparente quanto disarmante semplicità che richiede invero una rara profondità d’approccio e dedizione.

Con Pärt siamo difronte a uno di quei rari casi nei quali la musica d’area colta, accademica o d’arte che dir si voglia riesce a incrociare i gusti di ampie fette di pubblico solitamente avvezze a ben altri ascolti, avvicinando così uditori fra loro molto distanti e vincendo a pieno titolo una tra le più grandi scommesse del nostro tempo: portare negli auditorium e nei teatri il grande pubblico, ricucendo quello strappo venutosi a creare, nel corso del XX secolo, fra le masse e i compositori d’area colta. Ma chi è Arvo Pärt? Dodecafonico, atonale e avanguardista fino al 1968, preferisce poi chiudersi in se stesso per ben otto anni nell’intento di ricercare uno stile proprio, puro, lontano dal diktat delle neo-avanguardie protese totalmente verso l’autoreferenzialità. In quel silenzio durato otto lunghi anni, tra ingenti difficoltà economiche e la vicinanza, determinata e determinante, di una moglie-compagna di viaggio, l’autore della Missa syllabica e di Sara was ninety years old si limita a suonare al pianoforte le melodie del repertorio gregoriano, quasi una pulizia mentale, prima ancora che uditiva, utile ad azzerare ogni influenza precedente, facendo così piazza pulita di tutte le scorie ideologico-musicali del proprio tempo.

Fortemente indicativo infatti il titolo di una delle primissime opere scritte immediatamente dopo il periodo di silenzio: Tabula rasa (che i nostrani C.S.I. citeranno esplicitamente nel titolo di uno dei loro più celebri album, Tabula rasa elettrificata del 1997). Sintomatica poi, per ciò che concerne la capacità di coniugare musica impegnata e mainstream, è anche tutta l’attenzione che il nostro ha attirato su di sé da parte di musicisti d’area pop, rock ed elettronica, come ad esempio l’islandese Björk che, intervistandolo per la BBC, gli dice: “Mi piace la tua musica perché crei uno spazio per gli ascoltatori, possono entrarci e viverci dentro”, e Pärt risponde: “Forse è perché anch’io ho bisogno di spazio… penso che il suono sia un fenomeno davvero interessante”. Pochi sono i compositori contemporanei che hanno avuto la meglio nel difficile intento di coniugare linguaggi complessi e articolati con ascolti e consensi decisamente ampi, artisti come Ennio Morricone o Philippe Glass, Nino Rota o ancora Keith Jarret. Arvo Pärt, la cui etichetta di minimalismo sacro affibbiatagli da qualche critico un po’ inesperto risulta, anche a detta dello stesso compositore, limitante e fuorviante, è certamente uno di quegli artisti, uno di quei compositori che non hanno rinunciato a comunicare col grande pubblico, in un compromesso possibile quanto vincente. Un esempio per tutta una schiera di compositori e musicisti d’area colta che cercano vie d’interazione con nuovi possibili uditori, al di là e finalmente fuori da quella terribile torre d’avorio che nel XX secolo ha ospitato tanti, forse troppi, musicisti d’ogni sorta.