Non è passata inosservata la notizia diffusa dall’Organizzazione mondiale della Sanità, secondo la quale nel 2020 (cioè fra sei anni) la depressione sarà la più diffusa al mondo tra le malattie mentali e in generale la seconda malattia più diffusa dopo le patologie cardiovascolari. Sempre secondo l’organizzazione internazionale la depressione è più diffusa nei paesi economicamente poco sviluppati e nei paesi ricchi sono le persone povere a soffrirne maggiormente. I costi sociali di questa “epidemia” si fanno sentire sempre di più, specie se si considera la perdita di produttività e la difficoltà a mantenere il posto di lavoro. Si stima che solo in Inghilterra gli effetti della depressione costerebbero circa 12 miliardi di sterline l’anno.

Come spiegare la crescita esponenziale di questa malattia in tutto il mondo? Abbiamo sempre pensato che stress e depressione fossero malattie da “ricchi”. Una possibile risposta ci arriva dal lavoro del Professor Robert Sapolsky della Stanford University: status socioeconomico, stress e malattia sono intimamente interconnessi. Con la tecnologia e la globalizzazione lusso e benessere hanno fatto irruzione in tutte le case dando così ai meno abbienti la possibilità di “percepirsi poveri”. Ricerche condotte in diverse parti del mondo suggeriscono che l’essere poveri (e il percepirsi tali) è associato a grandi quantità di stressor fisici e psicologici e quindi a maggiori malattie da stress. Tra queste, come vedremo, c’è la depressione.

depressione

Occorre partire dal presupposto che la depressione è una malattia reale quanto il diabete e che non stiamo parlando dei normali alti e bassi della vita quotidiana. Esistono molteplici tipi di depressione che possono assumere aspetti anche molto diversi. Essenzialmente, nell’organismo di un depresso diverse funzioni assumono un funzionamento peculiare (sintomi vegetativi): riduzione dell’appetito, risvegli precoci al mattino, cambiamenti nell’architettura del sonno, problemi con la memoria ippocampo-dipendente, elevati livelli di glicocorticoidi nel sangue (ormoni dello stress). Quest’ultimo sintomo è cruciale per comprendere la vera natura di questa malattia.

Guardandola dal di fuori, una persona depressa ci sembrerà priva di energia. A un esame più accurato scopriremo che sta combattendo un’enorme, aggressiva battaglia mentale, tutta interiore.

La depressione è anche associata a livelli anormali di alcuni neurotrasmettitori (i messaggeri con cui i neuroni si parlano tra loro): noradrenalina, dopamina e serotonina. Le cure farmacologiche più diffuse si basano infatti sulla regolazione delle quantità di questi neurotrasmettitori nel cervello.

In che modo lo stress interagisce con la biologia della depressione? Ovvero, in che modo grandi quantità di glicocorticoidi nel sangue aumentano il rischio di sviluppare una depressione? La caratteristica più comune di questa malattia è una risposta allo stress iperattiva, dovuta a un eccesso di segnale stressante inviato dal cervello e a una minore efficienza nel bloccare la secrezione degli ormoni dello stress. I glicocorticoidi, tra le altre cose, incidono direttamente sulle caratteristiche di tutti e tre i sistemi di neurotrasmettitori implicati nella depressione (noradrenalina, serotonina e dopamina). Inoltre, nella depressione cronica si riscontra atrofia dell’ippocampo, zona deputata alla memoria, che può essere danneggiata dagli ormoni dello stress.

L’intreccio tra glicocorticoidi e depressione si fa ancora più stretto quando si prendono in considerazione gli aspetti psicologici della malattia caratterizzati da una distorsione cognitiva del modo in cui funziona il mondo. Le persone depresse hanno sviluppato una forte sensibilità all’imprevedibilità degli eventi. A parità di eventi stressanti, più una persona attribuisce a se stessa la responsabilità degli eventi che le capitano meno probabilità ha di depressione. Se soggetti a una quantità sufficiente di stress incontrollabile, impariamo a diventare impotenti: ci manca la motivazione per cercare di vivere perché presupponiamo il peggio; ci manca la chiarezza cognitiva per percepire quando le cose in realtà stanno andando bene, e proviamo una dolorosa mancanza di piacere in tutto.

La componente genetica, seppure importante, riesce a spiegare solo una parte della casistica. I geni hanno a che fare piuttosto con la vulnerabilità dell’individuo: a fronte di un forte stressor (lutto recente, perdita del lavoro) solo alcuni svilupperanno una depressione maggiore. Esistono varie versioni del gene che produce una proteina chiamata trasportatore della serotonina (5-HTT). Queste si differenziano nell’efficacia con cui rimuovono la serotonina dalle sinapsi tra i neuroni. I glicocorticoidi (rilasciati nell’organismo in condizioni di stress) contribuiscono a determinare la quantità di questa proteina prodotta nel gene. Il loro impatto sui circuiti cerebrali della depressione cambia a seconda di quale versione del gene l’individuo possiede.

Ed eccoci così arrivati al crocevia dove si incontrano corredo genetico (vulnerabilità) e ambiente (quantità di eventi stressanti). Qui si definisce l’impatto che avranno gli ormoni dello stress sul nostro organismo e la possibilità o meno di sviluppare la depressione.

L’interazione tra le esperienze ambigue a cui la vita ci costringe, la biologia delle nostre vulnerabilità e le capacità di ripresa, sono le variabili che determinano chi di noi diventerà preda di questa orribile e invalidante malattia.

Questo post fa parte di un percorso che prende spunto dal lavoro di ricerca del Prof. Robert Sapolsky. Attraverso la maggiore conoscenza dei rischi derivanti dall’esposizione massiccia allo stress (tipica dei nostri tempi) arriveremo alla condivisione dei modi per proteggersi. Siete tutti invitati a condividere la vostra esperienza personale nei commenti.
Le puntate precedenti le trovate qui

Twitter: @PaolaPorciello

English version
Stress and depression: the vicious circle between biology and experience that can make us ill

The World Health Organization believes that in 2020 depression will be the first among psychiatric disorders and the second major illness after cardiovascular diseases. Depression is mostly widespread in poor countries while in rich places it’s the poorer people who suffer most. Social costs of this illness are increasing quickly, considering also the loss of productivity and the difficulty to remain employed. Only in England depression costs 12 billion pounds each year.

How can we try to explain the exponential growth of this syndrome all around the world? We always thought that stress and depression were only for the rich people. One possible answer comes from Professor Robert Sapolsky’s work (Stanford University): socioeconomic status, stress and illness are deeply interconnected. With technology and globalisation the show-off of well-being and luxury gave the poorer people the possibility to perceive themselves as actually poor. Research from different places around the world shows that being poor (and perceiving oneself so) is connected with greater quantity of physical and psychological stressors, and with more stress-related illness. Among these, as we will see, there is depression.

Depression is a real illness just like diabetes, we’re not speaking about natural ups and downs that everyone experiences in everyday life. There are many different types of depression that can take different forms. In a depressed person’s body we can observe a series of peculiar dysfunctions better known as vegetative symptoms: appetite reduction, early awakenings, changes in sleep architecture, memory probems, high blood levels of glucocorticoids. This last symptom is crucial for understanding the real nature of depression.

This illness is also associated with abnormal levels of some neurotransmittors such as dopamine, noradrenaline and serotonin. Antidepressants are infact able to regulate the quantity of neurotransmittor in our brain.

So how does stress interact with biology of depression? How can high blood levels of glucocorticoids increase the risk of depression? The most common features of this syndrome are a hyperactive reaction to stress due to an excessive stress sygnal produced by the brain and to a lower capacity to block stress related hormones. Glucocorticoids, among other things, can influence all three neurotransmittors’ systems implicated with depression. In long-term depression we also observe atrophy of the hyppocampus, one of the most important memory areas.

The connections between glucocorticoids and depression appear even closer if we consider the psychological side of depression, which is well described as cognitive distorsions on how the world works. Depressed people develop high sensitivity towards unexpected events. Infact, the more a person has an internal locus of control the less he will be exposed to depression. If we experience enough unpredictable stress we learn helplessness and we lose the will to live because we always expect the worse from life; we lose the cognitive ability to understand if an event is good or bad for us and we experience a painful lack of interest in life.

Genetics, although important, can not explain everything. Genes are rather implyed with personal vulnerability: after a great stressor only some of us will develop a major depression. There are different versions of the gene that produces 5-HTT protein (serotonin carrier). They differ on the capacity to remove serotonin from the synapse between brain cells. Glucocorticoids (stress hormones) can determine how much protein is built in the gene. Their impact on depression circuits depends on the kind of gene each of us has.

So we arrive at the crossroads where genetics (vulnerability) and experience (quantity of stressors) meet. Here is where the impact of stress hormones on our health will either produce depression or rather not.

@PaolaPorciello