Sempre più famiglie, se continua così, decideranno di crescere i propri figli altrove: crescere un bambino in questa realtà è una sfida educativa e psicologica, dovuta alle difficoltà estese post-sisma. L’Aquila era la città delle 99 piazze e ora è una città-scatola: “Da casa a scuola, da scuola alla lezione di piscina, da piscina al centro commerciale”. A parlare è Fabio Gardelli, psicologo laureatosi alla facoltà di psicologia de L’Aquila. Nato a Pescara ora vive e lavora qui, tutti i giorni si trova di fronte i danni e le conseguenze psicologiche che ha lasciato il 6 aprile 2009.SAM_1189

I giovani. “L’Aquila è sempre stata una città universitaria, era una città a misura di studente e vivibile. Dopo il terremoto i ragazzi che si buttavano sull’alcol o sulla droga sono aumentati molto: il trauma, i centri di aggregazione sociale spariti. Non mi stupisce l’elevato tasso di depressione: non si guarda alla città ‘morale’, ma solo a quella ‘materiale’, infatti qualche opera di ricostruzione è stata fatta. Ricordo che subito dopo il 6 aprile sono iniziati i puntellamenti di tutto il centro storico, ma poi ci siamo accorti che quella poteva non essere una fase temporanea e che quelle impalcature sarebbero rimaste lì a reggere edifici vuoti che non sarebbero stati ricostruiti. Per uno studente fuori sede – o anche in sede che non può spostarsi autonomamente – cercare di ripopolare il centro storico è difficile e questo ricade sui locali, le attività culturali, i negozi. Di conseguenza tutto resta fermo. Solo il giovedì, che qui a L’Aquila è sempre stato il ‘giovedì studentesco’ il centro si riempie perché è l’unico giorno infrasettimanale in cui le navette i gli autobus passano fino a mezzanotte”.

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Gli anziani. “Anche per gli anziani è ancora molto difficile, la delocalizzazione non ha tenuto presente del fattore psicologico: qui gli anziani erano abituati a conoscersi con il vicino, a fare una vita autonoma nel luogo che conoscevano e dove avevano sempre vissuto. Ora sono dislocati in posti a loro estranei sotto ogni punto di vista”.

Servono momenti di ascolto, di aggregazione, gli aquilani e soprattutto le associazioni di volontariato tengono viva la città tutti i giorni ma serve qualcosa di più. Per capire il dramma quotidiano basti pensare che il simbolo della città ora è la gru.