Giovani e capaci, hanno fatto della mobilità il loro modus vivendi. Ma ora hanno deciso di tornare in Italia. È questo l’identikit di Ester Zito, Emiliano Biasini e Graziano Martello (nella foto al centro) ex cervelli in fuga ora a capo di alcuni progetti di ricerca scientifica grazie ai finanziamenti arrivati dall’Istituto Telethon Dulbecco.

Per tutti e tre queester zitost’offerta è stata la molla per tornare: “L’Italia è il mio paese e non appena si sono presentate le condizioni per fare il mio lavoro a un buon livello è stato un piacere accettare”, spiega Ester Zito, 37 anni, a ilfattoquotidiano.it. Dopo la laurea in Chimica e Tecnologie farmaceutiche all’Università Federico II di Napoli, Ester si è specializzata all’Istituto Telethon di genetica e medicina. Poi è arrivata la possibilità di andare all’estero: tre anni all’Università di New York e un’esperienza a Cambridge.

“Negli Stati Uniti ho imparato davvero a fare ricerca – spiega -. È un paese in cui si dà importanza a questa professione e si rispettano i suoi tempi, spesso molto lunghi”. Nel 2012 Ester riceve la proposta di Telethon e decide di rientrare. All’Istituto Mario Negri di Milano forma il suo gruppo che in poco più di un anno riesce a caratterizzare il meccanismo d’azione della proteina responsabile di alcune miopatie congenite e a proporre una possibile terapia farmacologica. I risultati vengono pubblicati anche su “Human Molecular Genetics”, una rivista scientifica internazionale.

“Abbiamo lavorato tantissimo – ammette -, a chi collabora con me chiedo soprattutto impegno: se le cose non riescono non si posticipa il lavoro, ma si ricomincia subito da capo”. Nel frattempo Ester ha avuto una figlia. Una difficoltà in più per una donna che lavora in Italia? “In realtà i problemi organizzativi per le madri ci sono in ogni paese”, spiega. Il futuro per ora è qui, ma a una condizione: “Il mio obiettivo è continuare a fare ricerca a buon livello. Se tra qualche anno l’Italia non me lo permetterà più, sono disposta a fare le valigie”, ammette.

emiliano biasiniLa pensa così anche Emiliano Biasini, laureato in Biologia, che dal 2015 si prepara a gestire un gruppo di giovani ricercatori all’Università di Trento. Grazie a un finanziamento quinquennale sostenuto da Telethon, lui e il suo staff potranno cercare una possibile terapia per le malattie da prioni e per le forme genetiche di Alzheimer. Un’opportunità irripetibile: “L’idea di mettere su un gruppo di ricerca indipendente mi ha spinto a tornare in Italia – spiega-. Nel nostro Paese non si possono mai scegliere le persone con cui lavorare, invece Telethon ha scardinato questa logica e mi ha dato anche la possibilità di gestire direttamente i fondi”.

Per lui l’addio agli Stati Uniti è arrivato dopo otto anni di lavoro: “Lì c’è un sistema altamente meritocratico – ammette Emiliano – e non ci sono gerarchie da rispettare quando si parla di scienza”. Una lezione che ha imparato molto bene, per questo il suo staff sarà composto da “persone appena laureate e che mi ispirano istintivamente, d’altronde non sempre i voti alti all’università corrispondono alla bravura sul campo”.

Il motore resta la passione: “Bisogna essere motivati: è un lavoro poco redditizio, a volte frustrante e senza un ritorno immediato di produzione”, spiega. E in Italia, spesso, si inciampa in un sistema che preserva se stesso: “Qui le persone capaci sono viste come un elemento di disturbo”.

Non sempre, infatti, un ricercatore che torna dopo anni di studio all’estero trova delle opportunità lavorative all’altezza del suo curriculum. “In Italia è difficile fare questo mestiere perché c’è più incertezza – spiega Graziano Martello –, ma se sei bravo trovi comunque il modo per riuscire”. Lui è uno di quelli che ce l’ha fatta. Una laurea in Biotecnologie mediche all’Università di Padova, dove adesso è rientrato da capolaboratorio, e quattro anni passati a Cambridge per lavorare in un team di ricerca sulle staminali embrionali.

“Quando sono arrivato lì avevo solo trent’anni, ma da subito gli altri colleghi mi hanno rispettato e dato massima libertà – racconta –. Io sto provando a ricreare questo clima di fiducia anche nel mio laboratorio”. Una responsabilità importante da gestire a soli 34 anni: “Prima se un progetto non andava bene era un problema mio – spiega –, ma ora devo assicurarmi che i miei collaboratori non perdano tempo e che nei prossimi quattro anni riescano a concretizzare il loro lavoro di ricerca, perché altrimenti metterebbero a rischio la carriera”. Ma Graziano guarda con fiducia al futuro: “In Italia la formazione è ottima e il lavoro è sempre svolto ad alti livelli – ammette -, e poi ci guadagno in qualità della vita”.