Arte fotografica e cibo di strada. L’esperimento non poteva che nascere sul web, dove tutti – chi più chi meno – diamo mostra di un talento (ahinoi raramente spiccato) nel fotografare quello che ci accingiamo a mangiare. Si moltiplicano anche i contest per collezionare e premiare gli scatti più interessanti (qualche mese fa impazzava persino lo “street food selfie”, moda lanciata dal texano Nick Mollberg, globetrotter con la passione per la cucina) ma quando questi concorsi virtuali si trasformano in occasioni per condividere dal vivo qualche ora “reale” e del buon cibo, ben vengano. È il caso della mostra fotografica che venerdì 12 dicembre, all’ora dell’aperitivo, si terrà “dar Ciriola”, storico locale del quartiere Pigneto, a Roma, che serve panini e bevande tradizionali e a km zero.

La serata sarà dedicata a far conoscere i venti scatti vincitori del contest fotografico firmato Street & Food Factory. La competizione in rete era volta a far emergere l’aspetto artistico del cibo di strada – nelle intenzioni delle giovani organizzatrici di Street & Food Factory l’idea di legare il cibo ad altri aspetti come l’arte, la moda, il design, la tecnologia, che solo una “strada” può collegare fra loro – a metà tra una moda (ormai neppure troppo momentanea) e la storia delle tradizioni culinarie del Bel Paese.

I momenti della serata possono essere a loro volta condivisi su Instragram tramite gli hashtag #streetefoodfactory e #darciriola. Sul social gli instagrammers possono poi partecipare fino al 31 gennaio 2015, scattando e condividendo momenti, dettagli, volti e cibo della serata. Le quattro migliori foto vincono un aperitivo offerto “dar Ciriola”. Ma, si sa, lo scopo primario non è vincere ma esserci, mostrare e soprattutto condividere. Anche questa moda pare essere, finora, tutt’altro che passeggera.

Chi conosce poco la capitale potrebbe non sapere che cosa è la “ciriola”: si tratta del pane romano dalla forma allungata, prodotto alimentare tradizionale tipico di tutta la regione. “Dar Ciriola” la si gusta con prodotti di stagione e a km zero – per esempio i prosciutti Erzinio di Guarcino, la Porchetta di Ariccia IGP e il cacio prenestino bio di San Cesareo – accompagnandola con vini e birre artigianali del Lazio. I nomi dei panini sono rigorosamente in romanesco, scritti su una lavagna di sughero.

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