La Rivoluzione è una ginestra?

Forse sì, magari non quella delle anime belle e delle mosche cocchiere, né quella inflessibile che conosce già tutte le risposte, che giudica, pretende fedeltà (ma non era sinonimo d’infedeltà, Rivoluzione?), meno che mai quella ipermoderna che, mentre rivoluziona, in realtà restaura (privilegi) e affonda (diritti). Quella che millanta “magnifiche sorti e progressive”, mentre rincula, ritratta, si smentisce.

Ma neanche quella dei mercati, né quella che serve a riempir galere, quella che preferisce un innocente dentro, piuttosto che un colpevole fuori e figurarsi quella fintamente eroica del risolvo tutto io: in punta di decreto, di manganello, o di mitraglietta. Figurarsi quelle, con gusto d’arancia, che combattono per i diritti del libero mercato, pronte ad azzannare al collo ogni libertà in nome di una cosa chiamata nazione: l’unica cosa che hanno in comune una rivoluzione e una nazione è l’ultima sillaba: fanno rima, ma niente di più.

Forse è una ginestra la Rivoluzione che cammina domandando, o quella delle donne di Kobane, che combattono meglio di qualsiasi uomo – peraltro contro una rivoluzione (orribile) fatta di medioevo e integralismo.

Forse è una ginestra quella è che scoppiata solo nei nostri cuori, quella solo immaginata, quella che è meglio dimenticare, a una certa età: perché a una certa età, si sa, non sta bene, alla maturità s’addice meglio il compromesso.

Forse è una ginestra quella dell’allievo del mio liceo, che viene a scuola coperto di fard, con i fuseaux, i capelli cotonati, le zeppe da 15 centimetri. E ci sorride. O forse è una ginestra quella dei suoi compagni di classe, che lo accolgono sorridendogli un abbraccio, come se niente fosse.

O forse è una ginestra quella di chi chiede di andare, di non essere più trattenuto, perché siamo chiamati a vivere nel dolore, forse, ma certo non a un dolore senza senso. O forse è una ginestra quella di chi stacca quella spina. Lascia anche al buio il suo spazio, in questo mondo perennemente illuminato.

Non è un pranzo di gala – si sa – la Rivoluzione, perché mai dovrebbe essere una ginestra? Perché è fragile? Può mai esistere una rivoluzione fragile? Certo che quella “social catena” di cui parlava Leopardi sulle comuni nostre fragilità si fondava, non certo su qualche supposta forza.

Chissà. Forse riesce meglio di tutte le altre, quelle poderose, che si sono tutte trasformate in poderose cacche.

Forse una rivoluzione fragile, una rivoluzione a forma di ginestra, può riuscire, ma soprattutto può non fallire dopo.

Perché il problema, alla fine, non è tanto farla, farla vincere, questa benedetta rivoluzione, ma sapere come viverla dopo, quando la Rivoluzione non c’è più e come ricordarla domani.

O ci resterà solo sangue.

E come sarebbe fatta, dunque, una rivoluzione che è una ginestra?

Non so dirvi bene: certo me la immagino flessibile, umile, a volte distratta, ma intensa, me la immagino che abbia un nemico comune, chiaro, evidente, perché sono i nemici a far sì che le rivoluzioni avvengano, non i partiti rivoluzionari. A maggior ragione quando non c’è più traccia di futuro e si ha sete di domani.

Certamente era una rivoluzione fragile quella che immaginava Alberto Dubito, poeta e rapper di cui vi ho già parlato.

Certamente la ginestra non gli sarebbe dispiaciuta. Solo le ginestre sopravvivono sulle coste del monte “sterminator Vesevo” e in certe “periferie arrugginite”.

Questo per dirvi che il 12 dicembre torna a Milano, nell’ambito di Slam X, al Cox 18 il Premio Dubito, con i suoi 4 finalisti -Ndp Crew, Eell Shous, Soulcé, Dies – e con tanti altri artisti ad accompagnarli, Elio Germano con Leopardi e con le sue Bestie Rare, Elisabetta Fadini, Luigi Nacci, Nanni Balestrini. E il titolo della serata è per l’appunto La rivoluzione è una ginestra.

Tutti lì, non solo per ricordare Alberto e per assegnare il premio, ma per continuare con serena rabbia a far rime su musica, a ricordare a tutti che forse non abbiamo le prove per affermare che la Rivoluzione sia una ginestra, ma che è certo che la poesia, come diceva Raimbaut d’Aurenga, è il fiore inverso.

E la ginestra è certamente un fiore, il più povero e il più testardo di tutti.

Il più fragile, l’unico che resista persino alla lava.