Giorgio Napolitano è un anziano signore che tuona contro l’antipolitica, non rendendosi minimamente conto del paradosso che incarna: il suo modo di concepire la politica è pura essenza antipolitica.

Del resto tutto questo non è poi così strano, visto che la biografia dell’anziano signore è quella di chi ha smarrito la Fede (il Comunismo) già negli anni giovanili riversando la propria passione (fredda) sul ruolo di controllo sociale esercitato da una minoranza, a mezzo politica fattasi istituzione.

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Pier Paolo Pasolini coniò la metafora “Palazzo” per questa mutazione genetica, che allontanava la collettività dalle scelte riguardanti il loro stesso futuro; dirottandole in un ultramondo inavvicinabile e imperscrutabile, dove manipoli di eletti – facendo finta di accudire l’araba fenice dell’Interesse Generale – coltivavano con inesausta passione i propri privilegi corporativi; badando bene che il mondo esterno non penetrasse mai nelle loro stanze dorate rovinandone la festa.

Un incantesimo durato per decenni (e alimentato con illusionismi verbali, di cui l’ultima trovata è la demonizzazione del cosiddetto “populismo”, ossia l’intromissione indebita delle persone negli affari che “li riguardano”). E mentre i distinti signori diventavano sempre più anziani, senza mai avvertire quanto gli stava capitando attorno, gli occupanti del Palazzo dei privilegi incanaglivano e incarognivano. Tanto che ogni nuova leva di questi inquilini finiva per rivelarsi peggiore della precedente. Anche qui perché stupirsi: è legge della natura che l’acqua stagnante imputridisce. O forse questi signori, sempre molto distinti ma un po’ meno distratti di quanto vorrebbero farci credere, anche loro contraevano qualche abitudine propria della corporazione trasversale del potere. Magari entrando in contatto con qualche grande elemosiniere interessato al lucroso business del monopolio in materia della vendita di spazi pubblicitari sulle televisioni dell’allora Unione Sovietica. Un tipo che si chiamava Silvio Berlusconi, ma da cui la bella gente della politica iperurania teneva le distanze, preferendo delegare il contatto rischioso a qualche maldestro migliorista milanese (che incassò dalle aziende del suddetto Berlusconi ricchi finanziamenti sotto forma di pagine pubblicitarie per iniziative editoriali consegnate alla clandestinità). In seguito il distinto signore, quale presidente della Repubblica, quel grande elemosiniere dovette incontrarlo sistematicamente per ragioni istituzionali. Ma – nel frattempo – costui era diventato un pezzo di ceto politico, anzi il suo primario puntello sotto i cieli della Seconda Repubblica. Sicché andava supportato, perfino regalandogli il tempo necessario per comprarsi pezzi di Parlamento; e – così – restare sempre in sella.

Gli anni passavano e dalle cloache del Palazzo la melma usciva a fiotti. Tanto che il disgusto dei cittadini elettori superava la soglia del tollerabile, riversandosi verso due uscite dall’impasse: il rifiuto di farsi coinvolgere emigrando nel non voto, dare credito a imprenditori politici che promettevano pulizie nel Palazzo.

Purtroppo entrambe le uscite di sicurezza non hanno funzionato: il non-voto va traducendosi in regalo per chi presidia organigrammi pubblici ripartendo in poltrone le percentuali residue (ormai le elezioni sono vinte per assenza di alternative); i salvatori della Patria si sono rivelati vuoi degli inconsistenti parolai, vuoi dei cinici strumentalizzatori di stati emotivi di massa.

Un panorama di mediocri ovunque si giri lo sguardo. Del resto cosa aspettarci da un sistema democratico svuotato e incaprettato da decenni?

Fa specie che l’anziano signore, osannato dai suoi pari come emblema del ceto di professional che hanno svilito la politica, si indigni se la pubblica opinione trova inguardabile gli effetti di questa lunga opera di devastazione civile. Perché l’antipolitica è il bel risultato che ci hanno regalato i suoi stupefacenti critici odierni.