Milano ha un’anima? No, ha denunciato il cardinale arcivescovo Angelo Scola, nella sua omelia di Sant’Ambrogio. Sì, ha replicato il sindaco Giuliano Pisapia durante la consegna degli Ambrogini d’oro. Il primo indica una tensione da ritrovare, per “sanare le contraddizioni e far vivere in unità e concordia tutte le diversità che la abitano: la nostra città chiede di essere amata in tutti i suoi abitanti, a partire da chi più è nel bisogno”. Il secondo si è sentito invece in dovere di difendere la reputazione di Milano, oltre che il lavoro fatto dalla sua amministrazione: “Milano ha un’anima, Milano ha tante anime. Quella, per esempio, che ci ha permesso, senza aiuti, senza mezzi, di accogliere e assistere decine di migliaia di profughi provenienti dalla disperazione, da luoghi diversi dove la guerra vince sulla pace, dove la violenza sopraffà la giustizia, dove la povertà e la fame portano alla morte”.

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Concetto imprendibile, quello di “anima”. Milano “col coeur in man”, si diceva, con il cuore in mano. Per dire di una generosità e di un’accoglienza che era reale e tangibile nell’unica (piccola) metropoli italiana, la cui ricchezza è stata costruita (anche e forse soprattutto) dai tanti arrivati da fuori: in fondo, siamo tutti milanesi adottivi. Questa è la città della bella Zoraide di Carlo Emilio Gadda, incerta tra Luigi Pessina, l’operaio socialista che studia, legge e lavora alla Società Umanitaria, e Franco Velaschi, il giovane borghese istruito e benestante. È la città che dopo la guerra ha ricostruito i suoi palazzi e, nello stesso tempo, inventato il Piccolo Teatro. È la città industriale che negli anni del boom ha accolto migliaia di persone in cerca di lavoro, edificando per loro interi quartieri (riformismo vero, concreto, non quello immaginario e ideologico predicato dagli anni Ottanta a oggi). Aveva identità forti, sociali, culturali, politiche. Una classe operaia orgogliosa, una borghesia intelligente. Attiva, perfino quando diventava “maggioranza silenziosa”.

Non vale però la pena di lasciarsi prendere dalla nostalgia, perché il passato è anche quello che ha permesso le resistibilissime ascese dei Sindona, dei Calvi, dei Virgillito, dei Ligresti, e poi dei Berlusconi, e che ha lasciato soli uomini come Giorgio Ambrosoli. Certo, a partire dagli anni Ottanta le identità si sono sbriciolate, qui come altrove. Sono arrivate le mafie, Tangentopoli, le tv, la ’ndrangheta, il bunga-bunga. Si sono persi, qui come altrove, i luoghi di coesione sociale, la fabbrica, il quartiere, la sede dei partiti, i circoli culturali, perfino la Scala, che sembra talvolta un brand internazionale, un non-luogo del lusso, come le case della moda e certi algidi ristoranti stellati.

E allora. Milano, sì, ha un’anima. Quella abitata dal soffio di Gadda, di Giorgio Strehler, di Raffaele Mattioli, di Roberto Lepetit, di Giovanni Testori, di Camilla Cederna, di Carlo Maria Martini, di Dario Fo e Franca Rame, di Enzo Jannacci, di Virginio Colmegna e della sua Casa della Carità. Ma è un’anima spezzata, dispersa, divisa. Negli ultimi anni la città si è dissolta in tribù che non comunicano tra loro, indurita, incattivita, i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, la classe media sempre più incerta e insicura. E i poveri hanno perso non solo l’orgoglio (di classe, si diceva una volta), ma la solidarietà di ceto, insufflati da una politica furba e cattiva che soffia sul fuoco delle differenze e delle sofferenze, usati come carne da cannone per ciniche carriere politiche.

Pisapia nelle periferie vinse e nelle periferie oggi giocherà la sua partita più difficile. La sua buona amministrazione può segnare – speriamo – un’inversione di tendenza. Ma purtroppo non basta a ridare a Milano la sua anima smarrita.

@gbarbacetto

Il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2014