Cresce a valanga la nuova crisi greca, questa volta anche politica oltre che economica per via della possibilità concreta di elezioni anticipate al 2015. Se dopo i tre tentativi che verranno fatti il 17, 23 e 29 dicembre il Parlamento di Atene non riuscirà a eleggere il nuovo presidente della Repubblica, la Camera sarà sciolta già a gennaio e le elezioni si terranno subito. Lo ha confermato il premier conservatore Antonis Samaras, nel momento in cui accanto al nome fin qui proposto proprio dai conservatori per la presidenza, l’ex commissario europeo all’Ambiente Stavros Dimas, si fanno anche quelli della socialista Maria Damanaki e del socialdemocratico Fotis Kouvellis. Il premier, incontrando giovedì il suo gruppo parlamentare di Nea Dimokratia, ha rivolto un invito a tutti i trecento deputati greci affinché “dimostrino senso di responsabilità per evitare di lasciar strisciare la Grecia verso il caos” e impedire un tragico ritorno al passato. Aggiungendo che “nessuno potrà nascondere ciò che farà il prossimo 29 dicembre, né ai propri concittadini, né alla propria coscienza”.

E con l’orizzonte delle possibili elezioni anticipate si registra l’autocandidatura, come terzo incomodo tra il partito di Samaras e Syriza, di George Papandreou. Rampollo della famiglia che assieme ai Karamanslis e ai Mitsotakis ha governato il Paese praticamente da un secolo, è stato primo ministro nell’anno del quasi default, finendo al centro delle polemiche nell’ottobre 2011 quando – da premier – annunciò alle altre cancellerie europee l’intenzione di fare un referendum sull’euro (per la cronaca, si dimise poco dopo, con il tecnico e banchiere Lukas Papademos al suo posto). Il suo Pasok guidato dal vicepremier Evangelos Venizelos, già ministro dell’economia durante lo scandalo della lista Lagarde, è ai minimi storici con il 6 per cento.

Dunque urne a gennaio. Syriza al momento manterrebbe il 5% di vantaggio sui conservatori. Ma al di là del vantaggio, che secondo qualcuno potrebbe essere anche maggiore, conteranno i programmi e le proposte dell’eventuale nuovo governo, intenzionato a realizzare una politica di forte discontinuità. Basta guardare le promesse di Tsipras nel campo del welfare: dai buoni pasto all’elettricità gratis per i meno abbienti fino agli ammortizzatori sociali. Senza dimenticare il piatto forte delle conversazioni che lo stesso leader di Syriza ha avuto in questi ultimi mesi con le grandi personalità mondiali della politica, dell’economia e della società –  forum Ambrosetti ad agosto, visita a Papa Francesco e al numero uno della Bce Mario Draghi. Ovvero la ridefinizione del memorandum, con un netto sconto sul debito (si parla del 62%). Voci a cui da Berlino ha già replicato il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble, che continua a proporre di offrire più tempo alla Grecia per onorare gli impegni, mentre fino alla scorsa primavera lo escludeva. Non basta per rassicurare i mercati, su cui continua a serpeggiare la paura dello spettro di un nuovo default. Dall’8 dicembre a oggi la Borsa di Atene ha perso il 13,7% e tutti i listini europei negli ultimi giorni hanno registrato ribassi.

Nel frattempo, sul fronte dell’economia reale, ad Atene cala di pochissimo il tasso di disoccupazione, sceso al 25,7% nel mese di settembre rispetto al 26% di agosto. Un segnale positivo, dopo sei anni di recessione. Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica ellenico Elstat i disoccupati totali a settembre sono stati 1.241.114 unità mentre le persone “finanziariamente non attive” 3.293.357. Nonostante ciò ad Atene va ancora il record dei senza lavoro: la media nell’Eurozona è dell’11,5%, ben quattordici punti in meno.

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