In teoria, il titolo di questo post avrebbe potuto (o dovuto) essere “Google News chiude in Spagna”. Il gigante di Mountain View, infatti, ha annunciato da poco che in Spagna la sua sezione dedicata alle notizie chiuderà i battenti. Succede in seguito all’entrata in vigore, prevista per il 1 gennaio 2015, della nuova legge sulla proprietà intellettuale varata dal governo spagnolo lo scorso ottobre. La norma prevede che tutti gli aggregatori di notizie (non solo Google, quindi) debbano pagare un compenso ai giornali online di cui riprendono le notizie. Risultato: dal 16 dicembre il servizio di Google verrà chiuso. La conseguenza, però, è che le notizie pubblicate dai siti spagnoli non saranno più disponibili su nessuna delle edizioni di Google News all’estero e, si suppone, a stretto giro scompariranno da qualsiasi altro aggregatore di notizie.

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Per gli editori spagnoli è la classica vittoria di Pirro. Speravano di ottenere un po’ di soldi, incassano invece il boicottaggio di Mountain View e la probabile fuga dei “piccoli” che operano nello stesso settore. Qualcosa di simile era accaduto in Germania nel 2013, ma lì Google era riuscita a trovare un escamotage che ha permesso la sopravvivenza del servizio: utilizzare un sistema di “opt-in”, ovvero includere nella sua rassegna solo gli editori che avessero dato il loro consenso alla pubblicazione. Com’era prevedibile, sono stati la maggioranza.

Facciamo un passo indietro, giusto per chiarezza. Per aggregatori si intendono quei programmi o siti Web che raccolgono le notizie mostrandone un’anteprima (di solito il titolo e un paio di righe) e permettono di leggere il testo completo collegandosi al sito su cui è pubblicata. Insomma, una sorta di rassegna stampa online che rende più pratico consultare le news su Internet. Dato importante è che il lettore, alla fine, finisce sul sito originale anche quando passa da Google News.

Ora facciamo un passo di lato, sempre per chiarezza. Appena si parla di Google, si è portati a collegare le vicende legali (e le polemiche assortite che l’accompagnano) a questioni di monopolio o semi-monopolio. Per carità, i fondamenti ci sono tutti. Il suo motore di ricerca viene usato dal 90% degli europei (il 70% negli Usa) e tutti i suoi servizi hanno oggettivamente cannibalizzato la concorrenza lasciando le briciole. Qui, però, non si parla di antitrust. Il tema è semplicemente quello della tutela del diritto d’autore e delle dinamiche con cui i contenuti circolano sul Web.

Capire le ragioni dell’opposizione degli editori a Google News e agli aggregatori di notizie non è facile. Secondo gli studi circolati negli ultimi anni, Google News incide sul traffico dei siti Web per una percentuale rilevante (fino al 30%) e, in teoria, dovrebbe essere considerato uno strumento per attirare lettori. Tanto più che Google, nel suo servizio, non inserisce pubblicità. Anche l’argomentazione secondo cui gli aggregatori guadagnerebbero soldi “sfruttando” il lavoro altrui, quindi, non sta in piedi.

Il motivo di questo astio, a voler pensar male, potrebbe essere legato al concetto di “fidelizzazione”. I lettori che arrivano da un aggregatore, infatti, “puntano” direttamente alla notizia senza passare dall’homepage del sito. Di conseguenza non sono tentati di fare clic sul video del gattino che gioca con il cucciolo di pitone o sulla galleria fotografica con le scollature più provocanti esibite dalle dive al Festival di Cannes. Se fosse così, saremmo di fronte a un eclatante caso di miopia culturale e professionale. Naturalmente, solo se fosse così.