Facebook e Twitter entrano negli smartphone e nei tablet, non solo sotto forma di app, ora anche come occhi indiscreti. Entrambi i social network hanno annunciato modifiche alle procedure di “raccolta di informazioni” compiendo un passo in più rispetto ai tradizionali metodi di profilazione degli utenti a scopi pubblicitari. Non si guarda più solo alle attività, cioè like, following e hashtag, ora la catalogazione avviene in base a qualsiasi cosa sia presente sul dispositivo sul quale si scaricano le app dei social network, anche se non ha niente a che vedere coi social in questione.

Tradotto: schediamo i tuoi gusti e ci lucriamo sopra. Il colosso fondato da Mark Zuckerberg da qualche tempo sta avvertendo gli utenti, tramite continue notifiche, che dal primo gennaio 2015 aggiornerà automaticamente la normativa sulla raccolta dei dati e sull’utilizzo dei cookie per offrire “un’esperienza migliore”. Se si vanno a spulciare le nuove condizioni di utilizzo, si può leggere che Facebook “raccoglie le informazioni su computer, telefoni o altri dispositivi in cui si installano i servizi o tramite cui si accede”: nomi e tipi di file, software e sistemi operativi, finanche la potenza del segnale e della batteria.

App graph, questo il nome del prossimo aggiornamento già pronto per iOs e in arrivo per Android, consentirà anche a Twitter di sapere quali altre applicazioni sono presenti sul nostro cellulare. “Per costruire un’esperienza più personale stiamo raccogliendo e aggiornando l’elenco delle applicazioni installate sul dispositivo mobile in modo da poter fornire contenuti su misura”, scrive l’azienda di San Francisco sulla pagina del suo Centro assistenza. Una decisione in controtendenza rispetto alla domanda di privacy sempre più pressante degli utenti e in parte assecondata da altri colossi di internet.

Il programma di messaggistica Whatsapp, anche se per ora solo su Android, da qualche giorno protegge le conversazioni con il sistema di crittografia end to end, il più efficace disponibile, adeguandosi alla scelta di Apple che lo aveva già impiantato per iMessage. Questa scelta rientra nella nuova strategia mediatica della casa madre Facebook che un mese fa ha annunciato di essere raggiungibile anche sulla piattaforma Tor, il sistema di protocollo anonimo. Poco importa se Twitter rassicura che non sarà schedato il contenuto: conoscere anche solo quali altri programmi scarichiamo basta e avanza per schedare l’utente secondo attitudini e preferenze. E come per ogni servizio sgradito che si rispetti è attivo senza essere richiesto. È infatti compito dell’utente preoccuparsi della disattivazione della raccolta a scopi pubblicitari.

Su Facebook però il consenso è automatico, quindi non si scappa: “Utilizzando i nostri servizi a partire dal primo gennaio accetti di visualizzare inserzioni migliorate sulla base di applicazioni e siti che utilizzi”, si può leggere molto chiaramente nella notifica di aggiornamento. Ma su un video sulla pagina di supporto, il product manager di Facebook, Jake Brill, spiega come avviene la raccolta e assicura: “Anche se le aziende ci indicano il tipo di persona da raggiungere, non condividiamo mai le tue informazioni personali, come il tuo nome o le informazioni di contatto, senza la tua autorizzazione”. La stessa autorizzazione che diamo tacitamente continuando a usare il social anche dopo il primo gennaio, viene da ribattere.

Twitter, invece, spiega che è possibile disattivare questa funzione. Per farlo ancora prima dell’aggiornamento su iOs bisogna accedere alle impostazioni, poi su privacy, quindi su pubblicità e attivare la spunta su “Limita raccolta dati pubblicitari”. Su Android, invece, Google Settings, poi Ads e infine spuntare Opt Out of Interest-Based Ads. Dopo l’aggiornamento, invece, si deve cercare il settaggio di “Tailor Twitter based on my apps” dalle impostazioni dell’account su entrambi i sistemi operativi. Su Facebook è possibile fare opt-out attraverso lo strumento messo a disposizione dalla Digital Advertising Alliance (in Europa www.youronlinechoices.eu).

di Fausto Nicastro

Da Il Fatto Quotidiano del 9 dicembre 2014

Aggiornato da ilfattoquotidiano.it il 10 dicembre 2014