Dopo aver letto il titolo di questo articolo qualcuno sicuramente starà già pensando: “Che scoperta! Non è mica da adesso, è sempre stato così negli Usa”.

Sì, è vero, più o meno è sempre stato così nei fatti, ma adesso questa bieca usanza è sancita da una sentenza unanime della Corte Suprema americana (9 membri) la quale ha esplicitamente dichiarato che il datore di lavoro può decidere di trattenere indefinitamente il lavoratore all’interno dell’azienda nel proprio esclusivo interesse, senza che sia necessario retribuirlo.

Pur con tutto il rispetto dovuto ad una sentenza unanime di una Corte Suprema, penso che sia legittimo (come del resto stanno già facendo molti commentatori negli Stati Uniti) manifestare il proprio dissenso su una interpretazione della legge che va nell’esclusivo interesse della parte padronale.

Il caso è quello sollevato da due dipendenti della ditta “Integrity Staffing Solution”, una ditta che fornisce lavoratori interinali (cioè con contratti brevi e, in questo caso, molto male retribuiti) ad aziende grandi che gestiscono in questo modo la flessibilità della forza lavoro. In questo caso è Amazon di Jeff Bezos. Lui è uno degli uomini più ricchi d’America, ed è uno che, tra l’altro, più per sfizio che per vocazione, si è comprato l’anno scorso il prestigiosissimo Washington Post, dal quale, proprio ieri, ho appreso di questa sentenza. L’articolo recita: “Supreme Court rules Amazon doesn’t have to pay for after-hours time in security lines” (la Corte Suprema decide che Amazon può non pagare il tempo consumato dal lavoratore in fila per i controlli). (Vedasi anche il mio precedente articolo: Jobs act: insieme al lavoro spariscono anche i diritti. Amazon insegna”).

Amazon-magazzino

La prima cosa “sorprendente” che si può notare in questa sentenza non è tanto la decisione in favore del padronato, perfettamente usuale negli Usa, ma è la decisione unanime della Corte Suprema. Negli ultimi anni infatti, a causa dello scontro permanente tra i due partiti che si alternano al potere, si sono avute quasi sempre sentenze con maggioranze minime: 5 a 4 oppure 6 a 3, trovando sempre i giudici nominati da un presidente repubblicano a difendere le istanze favorevoli a quel partito e viceversa. Attualmente i giudici nominati da presidenti repubblicani sono 5 e quelli nominati da democratici sono 4. Questa sentenza confermerebbe perciò che, quando il “caso” tocca una questione giuridica sulla quale i due partiti hanno posizioni diverse, le maggioranze sono risicate, mentre quando tocca questioni che dividono l’interesse del lavoratore da quello del datore di lavoro, il voto favorevole al padronato è assicurato da maggioranze robuste fino all’unanimità.

Dato che in questi casi la motivazione della sentenza viene emessa subito, ecco come viene giustificata dal giudice Clarence Thomas (l’unico afroamericano) la decisione di ritenere giusto che al lavoratore trattenuto in lunghe file per controllare possibili ammanchi di merce possa non essere pagato il tempo in cui viene trattenuto in azienda: “La legge federale richiede che i lavoratori debbano essere retribuiti, per le attività prima e dopo il proprio turno di lavoro, solo quando queste attività siano ‘integrali e indispensabili’ al lavoro per il quale essi sono stati assunti”.

Una motivazione davvero “curiosa”, dato che con questa motivazione il datore di lavoro potrebbe persino imporre contrattualmente al lavoratore, o alla lavoratrice, senza nemmeno l’obbligo della retribuzione, di trattenersi il tempo necessario a soddisfare… che so… il relax psicologico del manager causato da una dura giornata di lavoro. Nella legge del 1947 sono infatti precisate doviziosamente le mansioni per le quali il tempo impiegato nel lavoro extra deve senza fallo essere retribuita.

Sul fatto però che il tempo extra speso dal lavoratore possa non essere retribuito se non è incluso nelle sue mansioni, in America sono d’accordo un po’ tutti. Tutta l’amministrazione Obama per esempio, e in particolare il Dipartimento del Lavoro. Anch’essi ritengono infatti che non è necessario retribuire i lavoratori per il tempo speso nella lunga fila dell’uscita dalla fabbrica (o del mega-magazzino nel caso di Amazon) al fine di passare il controllo contro i possibili furti di merce da parte di qualcuno.

Gli avvocati difensori dei lavoratori sono rimasti molto contrariati da una decisione così rigida e negativa per i lavoratori, rilevando che “il datore di lavoro è adesso autorizzato a forzare i lavoratori a interminabili controlli anti-furto senza nemmeno doverli retribuire”.

Come dire che il tempo e la dignità dei lavoratori onesti non contano nulla se questo può pregiudicare anche solo lievemente il profitto dell’impresa. Perché solo di questo si tratta. Amazon infatti guadagna miliardi grazie anche a decine di migliaia di lavoratori sfruttati e sottopagati. Ma il lavoratore, nel mondo capitalista del ventunesimo secolo, è sempre meno un soggetto e sempre più un oggetto. Il tutto, con l’approvazione esplicita dell’intera politica americana e del vertice supremo della giustizia. Come dar torto a chi dice che il ventunesimo secolo somiglia sempre di più al diciannovesimo?

Dallas, Texas