‘Sono, a tutti gli effetti, uomini liberi. E, se lo desiderano, possono andarsene domani stesso…’. Questo ha detto domenica il presidente della República Oriental del Uruguay, José ‘Pepe’ Mujica Cordano, nell’annunciare il già consumatosi arrivo in Uruguay di sei persone (quattro siriani, un tunisino ed un palestinese) fino a ieri detenute nel famigerato carcere di Guantánamo. E, così dicendo, ha da par suo chiuso in bellezza una storia che, in bellezza cominciata più di sei mesi or sono, era poi sembrata sul punto di perdersi – in un contorto susseguirsi di dichiarazioni e controdichiarazioni, d’impetuose avanzate e di silenziose ritirate – nelle nebbie della campagna presidenziale uruguayana.

Mujica e Obama

 

La notizia appare rilevante per due essenziali ragioni. La prima: come accaduto – con pochissime eccezioni – in altre parti del mondo, nessun governo latinoamericano aveva fin qui positivamente risposto, aprendo le proprie porte ai prigionieri di Guantánamo, agli accorati appelli del presidente Obama, da oltre sei anni vanamente intento a mantenere la promessa di smantellare il più emblematico e vergognoso tra i molti velenosi lasciti del suo predecessore. La seconda: con questa decisione, Pepe Mujica sembra voler delineare il suo futuro ruolo in un mondo che – per ragioni d’immagine, forse, più che di sostanza – ha in questi anni scoperto in lui un affascinante e romantico, mitico per molti aspetti, emblema di sobrietà e di saggezza.

Ma cominciamo dall’inizio. Agli albori di questo 2014 ormai al tramonto, Pepe Mujica aveva annunciato la sua inappellabile decisione (inappellabile ed inappellata nel senso che, come precisò il presidente, l’aveva presa consultandosi solo ‘con su almohada’, con il cuscino sul quale posa il capo nottetempo) di ricevere in Uruguay come rifugiati, su richiesta degli Stati Uniti d’America, un ancor non precisato numero di detenuti di Guantánamo. Il tutto, aveva inizialmente affermato, solo e soltanto per ovvie ragioni umanitarie e ‘di principio’. Se ti mettono di fronte al caso di esseri umani che, senza processo e senza speranza, stanno marcendo in carcere – aveva sostenuto ‘el Pepe’ nel molto ‘campechano’ (informale) linguaggio che tanti fans gli ha procurato nel mondo – e se c’è un presidente che ti chiede aiuto per por fine a questo obbrobrio, sarebbe una viltà non rispondere positivamente. Se nel mondo esiste un’ingiustizia, ognuno deve fare tutto quello che può per cancellarla. Anche nel caso – disse ‘el Pepe’ – che si tratti d’una decisione impopolare.

Ed impopolare in effetti risultò essere quel nobile gesto d’ospitalità. Impopolare un po’ dovunque: a destra, dove quasi subito presero, senza troppa originalità, a sventolare la bandiera del ‘pericolo terrorista’. Ed a sinistra – o sempre a destra, ma con argomentazioni classicamente ‘antimperialiste’ – dove non pochi si chiesero per quale ragione l’Uruguay dovesse togliere le castagne dal fuoco alla superpotenza americana. Dopotutto – fece notare più d’uno – se Obama sta oggi cercando di sbolognare all’estero i detenuti di Guantánamo, è perché il Congresso ha votato una legge che proibisce l’entrata negli Usa – ovvero nel paese che ha creato il ‘mostro’ – agli uomini che ha martirizzato.

È stato a questo punto che José Mujica ha cominciato a vacillare. Prima maledicendo i suoi critici (da lui definiti ‘almas potridas, anime putrefatte) e poi lasciando intendere, in una serie di dichiarazioni sempre più contorte, che quella ‘umanitaria’ decisione aveva in realtà una contropartita. ‘Yo paso factura’, io presento il conto, disse in più d’una occasione il presidente. Quale conto? Mujica non l’ha mai specificato, ma ha fatto più volte accenno ad accordi commerciali per introdurre arance e carne nel mercato nordamericano. E questo per giungere infine alla conclusione – forse su suggerimento del suo cuscino o, più probabilmente, del candidato del Frente Amplio, Tabaré Vázquez – che, per decidere in merito all’arrivo dei prigionieri, originalmente previsto per marzo, era meglio attendere la fine della campagna presidenziale.

Chiuso il processo elettorale, in ogni caso, Mujica non ha perduto altro tempo. Ed ha regalato a questa storia un finale nel quale intatta è riemersa l’originale ‘purezza’ dei suoi propositi. Nessuna fattura da passare. E nessuno sconto morale ai richiedenti. Gli Usa avevano chiesto che l’Uruguay obbligasse i detenuti liberati a restare nel paese per almeno due anni. Ma così non sarà. I nuovi arrivati sono, come scritto in apertura del post, ‘a tutti gli effetti uomini liberi’. L’Uruguay è un paese che, seguendo una lunga e nobile tradizione, accoglie rifugiati, non un surrogato dell’inferno di Guantánamo.

Giustizia è fatta, insomma, senza carne né arance. E questa giustizia porta la firma di Pepe Mujica. Il quale, ancora una volta senza perder tempo, ha usato il suo prestigio di ‘liberatore’ e di ‘amico degli Usa’, per chiedere la fine di altre annose ingiustizie: a cominciare dall’embargo contro Cuba (questa la sua lettera a Obama)… Chiamatelo, se vi pare, Mujica 2.0. Da ‘presidente povero’ a grande saggio planetario, pacificatore credibile, potenziale compositore di crisi antiche e nuove. Tra qualche mese ‘el Pepe’ cederà la sua banda presidenziale a Tabaré Vázquez. Ma sembra non avere la minima intenzione di smettere di sorprendere il mondo…