L’ordinanza di arresto del gip Flavia Costantini, nata dalle indagini dei Ros sulla mafia nera che per anni ha gestito gli affari nella capitale con appalti, riciclando denaro, corrompendo politici di destra e di sinistra, assessori e funzionari locali, coinvolge anche Il Tempo, il suo direttore Gian Marco Chiocci e una redattrice, senza che questi siano indagati.

Il boss è Massimo Carminati, il “nero”, terrorista dei Nar, collettore con la Banda della Magliana e tanto altro; Salvatore Buzzi, il “rosso”, omicida del socio , condannato poi graziato dal presidente Scalfaro, è il ministro dell’economia di Carminati che fonda nel 1985 la cooperativa sociale 29 giugno, la macchina della ghenga per fare soldi.

Alemanno, indagato insieme ad altri della sua giunta, conosce Buzzi in carcere all’epoca della sua militanza nel Fronte della gioventù, è lui il tramite tra Buzzi e Chiocci.

Il Tempo, per i Ros, è lo strumento usato dal “rosso” per una campagna mediatica per recuperare un appalto della Prefettura di Roma, di 21 milioni di euro, per la gestione di un Centro di accoglienza per rifugiati, assegnato ad una sua società poi bloccato dal Tar per un ricorso fatto dalla ditta francese Gepsa. Il primo di tre articoli firmati da Valeria Di Corrado (le informazioni le riceve direttamente da Buzzi), pone dubbi sull’imparzialità del Tar; nel secondo viene accusata di conflitto d’interessi uno dei giudici: Linda Sandulli è socia con il marito di una ditta edile che aveva ottenuto un appalto di 200 mila euro dallo stesso Centro. Questo avrebbe dovuto provocare una interrogazione parlamentare a firma dei deputati del Pd Micaela Campana e Umberto Marroni (come da intercettazioni e sms tra l’assistente della Campana, Barbieri e Buzzi). L’interrogazione viene bloccata dal sottosegretario che ritiene non sufficienti gli articoli del Tempo e attende gli accertamenti del ministero. Due ingenui del M5S Carla Ruocco e Mattia Farinati, risulterebbero estranei alla vicenda, stimolati dagli articoli, presentano l’interrogazione.

Di Gian Marco Chiocci, abitué dell’uso della macchina del fango, ricordo i suoi articoli sul Giornale contro ‘Vieni via con me’ e Roberto Saviano, arrivò a sostenere che l’arresto del boss Antonio Iovine era uno schiaffo di Maroni allo scrittore, poi i fatti smentirono l’ex ministro confermando le parole di Saviano sulla presenza della ‘ndrangheta nella terra della Lega. Troppi sono i silenzi che avvolgono l’Ordine dei giornalisti, qui è in gioco etica, morale e indipendenza dei giornali.

E’ un problema di casta o peggio: il silenzio nasce da giornalisti camerati di Alemanno?