Ho fatto un sogno e in quel sogno mi chiamavo Gregor e zampettavo sul pavimento di casa stando attento a non farmi troppo notare. Mi ero allontanato dal mio domicilio nella crepa sotto il lavandino di cucina a causa dell’indomito senso di avventura che non si placa. Scoprire, vedere, toccare, annusare sempre più in là nell’ignoto. Starei bene dove sono, ho tutto quello che mi serve a un passo da casa, cos’è se non la brama di virtute e conoscenza che mi porta nell’oceano di questo soggiorno di iperboreo sentore? Non è un dovere essere qui, è una smania, e un sordo terrore mi pervade. Non a cagione dell’ignoto, ma per la forza della mia stessa smania. Dove mi porterà?

scarafaggio

Avverto presenze di indicibile forza e inconoscibile natura, tra meandri di megalitici torrioni di fine lamellare e fredde lande ceramiche mi sferzano raffiche di venti saturi di acri odori alieni. Non c’è cibo né acqua per ristorarmi, non potrei trovarne per giorni e giorni di cammino, ma non sarà questo a fermarmi. Nato non sono per vivere come un bruto.

Questo andavo sognando e nel sogno intanto si frangeva come risacca di libeccio mia moglie la Gloria. Che berciava, berciava, berciava. Cosa avrai da berciare mi dico nel sogno. Lei tanto onesta e gentile, cosa le turba il cuore? E il sogno si disfa, avvolto in un indistinto sipario di morbido scottex. Lo scottex che la Gloria, onesta e gentile, frappone tra la sua candida, schifiltosa mano e il blattide che si pregia di consegnare alla pattumiera fuori dalla porta di casa. Là dove l’ignoto si fa eterno esilio.

Il Fatto Quotidiano, Lunedì 8 dicembre 2014