Estate 1986. Sono a Rimini in quella che sarà la mia prima vacanza senza la mia famiglia. Ho 17 anni. Il Meeting di Comunione e Liberazione organizza un evento dal vivo dal titolo Concert’Italia. Fermi. Non è di Cl che si deve parlare, non oggi. Sul palco si alternano diversi artisti, di cui, al momento non ricordo i nomi, a eccezione di due, che entreranno in questa storia. Non li ricordo perché sono emotivamente colpito dalla notizia che ho appena saputo, quella che muove questo post. Che mi fa anche procedere a strattoni, fregandosene della logica.

Questo è infatti il primo concerto con un numero importante di cantanti famosi cui assisto, un evento nella mia vita. Un motore, visto quello che poi andrò a fare. Estate 1986, Rimini. Il motivo per cui sono qui è la presenza in cartellone di Enrico Ruggeri, il cantautore strano che ho visto in televisione, quello con gli occhialoni da sole, che canta canzoni con parole importanti, fuori dal comune. Quando sarà il suo momento di salire sul palco, già lo so, non resterò deluso. Anzi, capirò ancora di più quanto la musica sia davvero la mia passione. Ma prima di lui sale sul palco un ragazzo coi capelli neri, lunghi, legati in una coda. Sulle spalle ha uno zainetto piccolo piccolo, a forma di orsacchiotto di peluche. Ridacchio, quando lo vedo, perché sono un ragazzino per la prima volta lontano da casa, e cerco sicurezze anche nel sorridere delle eccentricità altrui. Poi parte la musica, e come mi fossi calato una ecstasy, che all’epoca credo di non aver neanche ma sentito nominare e che, per quanto ora io riesca a ricordare, e sono davvero poco lucido, ripeto, probabilmente non è neanche stata sintetizzata, mi cala la mascella. Resto fisicamente a bocca aperta, perché Mango, il giovane cantautore che è salito sul palco, inizia a cantare Lei verrà e di colpo una platea di qualche migliaio di persone, che a me sembra di milione di persone, resta sbalordita per quella voce fuori dal comune, per quel timbro così riconoscibile, unico.

E poi è la volta di Oro, una canzone che, lo scoprirò quasi trent’anni dopo, oggi, resterà legata per sempre alla sua carriera. Oro, un brano che cantava, canta, del mito della donna irraggiungibile che, una volta raggiunta, diventa molto meno fascinosa di quanto avremmo mai pensato. Una canzone sulla disillusione, sulla idealizzazione dell’amore, una stupenda canzone pop. Ecco, Mango è stato un grande autore e interprete pop. Con una voce unica nel nostro panorama musicale, e con una capacità interpretativa decisamente anomala per una nazione che è famosa nel mondo per il do di petto. A quella epifania seguiranno altri album, altre canzoni. Ho altri ricordi, come è normale che sia, da quelli legati alla sua collaborazione con Dalla, in Bella d’estate, a quelli del peridoto Mediterraneo, per sempre legati a periodi trascorsi lontani da casa, nei luoghi che quelle canzoni raccontavano. Poi Mango è un po’ scivolato via dal mainstream. È tornato nella sua terra, la Basilicata, ha diradato le sue uscite. Ogni ritorno è stato piacevole, anche se la sua centralità, anche nella mia vita extralavorativa, è stata minore. Ho avuto anche modo di scontrarmi con lui, fugacemente, ai tempi in cui scrivevo per Tutto Musica, perché chiamò in redazione, garbatamente ma con tono fermo, per farmi sapere che non aveva apprezzato i toni sarcastici con cui, ragazzo in balia del mio ego, avevo liquidato un lavoro di Nek. La cosa mia aveva colpito, perché la difesa disinteressata di un collega è cosa rara in questo mondo. Forse unica.

Il suo ultimo album, uscito pochi mesi fa, L’amore è invisibile, è transitato fugacemente nel mio lettore. Non perché non continuassi ad apprezzarlo, perché così va il mondo. Non ho ricordi recenti legati a lui. Non ho aneddoti. So solo che questa mattina la prima notizia che mi è arrivata è che ieri, durante un concerto nella sua terra, a Policoro, mentre eseguiva proprio Oro, la sua canzone più bella, Mango è stato stroncato da un infarto. Che è morto mentre lo portavano all’ospedale. La notizia mi ha sconcertato, addolorato. Il mio pensiero va alla sua famiglia, Laura Valente, al suo fianco dal 1985, e i suoi due figli.

Oggi non è il giorno delle analisi. E neanche dei ricordi lucidi. Oggi è il giorno del lutto. Del dispiacere per l’uomo, appena sessantenne, e per l’artista.

Che la terra ti sia lieve come la tua voce, Pino. Grazie per le tue canzoni.